Senza fiato





Questa Luna
Oscurata a metà.
Luce flebile incalzata da un assordante vuoto.
A mezz’aria,
un sospiro soffocato all’altezza del cielo.

Silvia Zordan
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All’acqua non importa.

All’acqua non importa.

Non importa se la superficie è ruvida o liscia, ristagnante o secca.

Lei scivola.

Scivola su tutto, non si ferma per niente.

È riuscita a scivolare persino su di me, a rendere più limpida una delle mie tante macchie d’identità.

[L.]

Cantando marzo





Questa  pelle cede bianco a un cielo carta zucchero
vento inciampa nel mio biondo.
Come sul prato ondeggiano i miei riflessi.


Il sole c’è o non c’è
c’è luce qui dentro di me.

Silvia Zordan




Mio sovversivo amore

Lui è qua, falsità come, radioattività
Che mentre c’è da osare
Uccide lo spettacolo carnale
E l’anima brucia più di quanto illumini
Ma è un addestramento mentre attendo

Che io m’accorga che so respirare
Che sei il mio sovversivo
Mio sovversivo amore
Non c’è torto o ragione
E’ il naturale processo di eliminazione

Forse se, forse se, porta ad esitare
Io vengo dall’errore, uno solo
Del tutto inadatto al volo
E anche se vedo il buio, così chiaramente
Io penso la bugia affascinante

E non mi accorgo che so respirare
Che sei il mio sovversivo
Mio sovversivo amore
Non c’è torto o ragione
E’ il naturale processo di eliminazione

Lui è qua, lui è qua come, radioattività
Che mentre c’è da osare,
Uccide lo spettacolo carnale
Cinque pianeti, tutti nel tuo segno
Il fallimento è un grembo e io ti attendo

Mentre ti scordi che puoi respirare
Che sono il sovversivo
Tuo sovversivo amore
Non c’è torto o ragione
E’ il naturale processo di eliminazione






Avrai poche cose, tra quelle cose ci sarò io

Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
le lampadine fulminate,
il buio, i fantasmi fosforescenti.
Ad occhi chiusi t’incamminerai.
Vivrai sotto i ponti di giorno.
La gente al volo afferrerai.
Chiamerai la luna dai tetti.
Ridurrai in nuvole il fumo.
Tra i gatti sarai solo, come un dio.
 
Avrai poche cose, tra quelle cose
ci sarò io.

Ebbra la primavera corre nel sangue

 

Rene Magritte, Spring

Rene Magritte, Spring

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

 
 
“Vuoto d’amore”,
Alda Merini

Non bussare… dietro la mia porta non ci sono più,



Avevo lasciato alle mie spalle una porta socchiusa.
E in un muto angolo avevo aspettato che il tuo piede mettesse fine a quell’attesa.
Chiuderla non mi era possibile.
Certi amori non finiscono se prima non sfiniscono noi.
Si è posato anche quel vento, si è posato sui mobili, gli stipiti, la maniglia.
Su di me.
Lo spiraglio di luce che filtrava e dorava la polvere sospesa si è offuscato.
Nella tua luce non ho visto nient’altro che il mio buio.
E in questo buio mi sono lasciata accecare.


Ultimo alito di vento.
Volano i capelli sugli occhi e li soffio via.
Nuova luce.
Non più da te. La porta si è chiusa.

Ninna nanna ( Il tuo futuro )

Ci saranno sempre gesti che mi muoveranno un brivido dall’interno.
Un bimbo che infila i piedini tra la tua coscia e il cuscino del divano.


Si spande il calore.
Si spande fuori e dentro.

Ti sei fatto posto nel divano come nel mio cuore.
Questa mano cerca difesa,
Che non incontri mai offesa.
Né terreno impervio
Dove rincorrere un pallone.
Calzette blu hanno trovato posto sotto la mia coscia.
Docile vizio che mi scioglie il cuore.
Rintana qui i tuoi piedi
Quando lavoro e fatica divoreranno il tuo giocare.
Che le tue fantasie ti restino accanto
E le tue ingenue paure non si facciano sopraffare dallo sconforto.
Rimani geloso di ciò che possiedi
E di tanto in tanto mantieniti disubbidiente.
Addormentati tardi la sera prima di una gita e svegliati ancora entusiasta.
Fai volare i tuoi aeroplani. 
Vola con loro. 
Non scendere fino a merenda.
Sporcati le mani e il naso di gelato, sei un clown bellissimo conciato così!
Non dimenticare come costruire una capanna di cartone. 
E fa lo stesso col tuo futuro.



Con amore.

riempire un mondo vuoto…. Si può.

180.345 sogni sono tutti i sogni che farai nella tua vita se ti metterai a dormire almeno per 3 ore a notte e a questi aggiungerai
Quelli che farai ad occhi aperti
Quasi 11 metri di capelli cresceranno sulla testa sulla quale ti farai 6.000 shampoo e cambierai
16 lavatrici e 15 computer con segreti che non sempre salverai
dirai almeno per 50 volte ti amo e finirai 300 volte da qualche dottore e prenderai 60.000 piccole pilloline e poi
farai prenderle anche tu…
riempire un mondo vuoto…. Si può.

Andrai a letto con una ventina di persone delle 1.900 che avrai conosciuto in giro e cambierai
Una decina di auto e coprirai quasi 1.000.000 volte la distanza fra la luna ed il tuo bar
Desidererai un’altra vita, un’altra donna, un’altra casa per tornare e fare finta che sia tua
E piangerai 30 litri di lacrime ma di queste solo un litro di gioia

Batterai le ciglia
400.000.000 di volte
Berrai 1.000 birre
E 2.000 bottiglie di vino

tutti questi numeri non servono poi a niente perché i conti alla tua vita potrai farli solo tu
e chi non conterà su di te vedrai che non conterà mai niente!
20 persone che ami se ne andranno
ti chiederai se c’entrerà Dio
Oh, non basta un addio, non basta un addio

Batterai le ciglia
400.000.000 di volte
Berrai 1.000 birre
E 2.000 bottiglie di vino



[Di vino, Marta sui tubi]





Sedie a tre gambe

Il bisogno non è mai unilaterale. Si fa in due. O tre. O più.
Ma mai da soli.
L’egoismo è unilaterale.
Il bisogno, in fin dei conti, è ammissione di insufficienza, il “non ce la posso fare”. La consapevolezza che non bastiamo a noi stessi.
Ma allora, messa così, nessuno può essere chiamato egoista!
Ma allora quando si entra nella concezione negativa?
Quando il nostro bisogno danneggia gli altri? Ma dai, non siamo ipocriti, ci danneggiamo continuamente. Lo chiamano “spirito di sopravvivenza”, “di autoaffermazione”.
Io sono più per compatirli gli uomini.
In fondo, considerarci dei lupi è veramente svilente. Se siamo diventati uomini un qualcosa di umano ci sarà stato svelato, no?
Siamo mancanti.
E la mancanza stimola il bisogno.
Siamo sedie a tre gambe. Stabili fino a quando non si decida di dondolarsi.
Al ché, si cade.
Bam!

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non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza. C’ho da pensare alla mia.

Io, quella volta lì, avevo sessant’anni. Eravamo nel 2000 o
giù di lì. Praticamente ora. E vedendo le nuove generazioni, i venticinquenni
di ora così diversi mi domando: che eredità abbiamo lasciato ai nostri figli?
Forse, in alcuni casi, un normale benessere. Ma non è questo il punto. Voglio
dire… un’idea, un sentimento, una morale, una visione del mondo… No, tutto
questo non lo vedo. Allora ci saranno senz’altro delle colpe. Sì, il coro della
tragedia greca: i figli devono espiare le colpe dei padri.
Siamo stati forse noi padri insensibili, autoritari, legislatori di stupide
istituzioni? No. Allora dove sono le nostre colpe. Un momento, era troppo
facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici. I nostri padri
avevano fatto la resistenza. Forse avremmo dovuto farla anche noi, la
resistenza. E’ sempre tempo di resistenza. Perché invece di esibire il nostro
atteggiamento libertario non abbiamo dato uno sguardo all’avanzata dello
sviluppo insensato? Perché invece di parlare di buoni e di cattivi non abbiamo
alzato un muro contro la mano invisibile e spudorata del Mercato? Perché
avvertivamo l’appiattimento del consumo e compravamo motorini ai nostri figli?
Perché non ci siamo mai ribellati alla violenza dell’oggetto?
Il Mercato ci ringrazia. Gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.
Ma voi, sì, voi come figli, non avete neanche una colpa?
Dov’è il segno di una vita diversa? Forse sono io che non vedo. Rispondetemi:
dov’è la spinta verso qualcosa che sta per rinascere? Dov’è la vostra
individuazione del nemico? Quale resistenza avete fatto contro il potere,
contro le ideologie dominanti, contro l’annientamento dell’individuo?
D’accordo, non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza.
C’ho da pensare alla mia. Però spiegatemi perché vi abbandonate ad un’inerzia
così silenziosa e passiva? Perché vi rassegnate a questa vita mediocre senza
l’ombra di un desiderio, di uno slancio, di una proposta qualsiasi? Forse il
mio stomaco richiede qualcosa di più spettacolare, di più rabbioso, di più
violento? No! Di più vitale, di più rigoroso, qualcosa che possa esprimere
almeno un rifiuto, un’indignazione, un dolore…
Quale dolore? Ormai non sappiamo neanche più cos’è, il dolore! Siamo caduti
in una specie di noia, di depressione… Certo, è il marchio dell’epoca. E
quando la noia e la depressione si insinuano dentro di noi tutto sembra privo
di significato. Si potrebbe dire la stessa cosa del dolore? No!
Il dolore è visibile, chiaro, localizzato, mentre la depressione evoca un male
senza sede, senza sostanza, senza nulla… salvo questo nulla non
identificabile che ci corrode.

Per il resto non è bello ciò che è bello, è bello ciò che ha audience.

Ma sì, in questo spappolamento generale, politica, cultura, spettacolo, tutto, non sono le idee che contano, no, non è la visione delle cose, no, non è la qualità dell’impegno, no: è l’astuzia del mestiere, è la bravura che conta, ma che dico la bravura… che conta… che conta… è l’audience!
Si fanno le statistiche, i sondaggi di opinione, le indagini di mercato e alla fine… hit-parade! Chi è in testa è più bravo, eh!
Pertini è primo da duecentoventi settimane. Wojtyla resiste al secondo posto incalzato dalla Carrà che è in netta ascesa. Baudo è stazionario. Seguono Craxi e Carmen Russo a pari merito.
Ma sì, ma sì, è inutile stare ad andare tanto per il sottile, è inutile stare lì a valutare la gente per quello che dice, per quello che fa, per come si comporta, ma chi se ne frega, l’importante è l’indice d’ascolto, l’importante è avere dietro le masse.