Questa è una vera fregatura


La generazione del “non disturbare“.
La sedia va alzata per non disturbare i vicini del piano di sotto e anche ora che vivo al piano terra non la trascino.
“Vuoi un caffè?” ” Solo se lo fai per te”, non disturbare, non essere d’intralcio. Mantieniti discreto, quasi fare pandan con la tappezzeria. Abbassa il volume della musica che c’è chi dorme.
Non ammetterei mai che non sopporto il fumo di sigaretta nei capelli, o che la bistecca è troppo poco cotta, il taglio di capelli lontano anni luce da quello desiderato.
Non è nemmeno una forma di passività nei confronti degli altri o della vita quanto, piuttosto, una innata inclinazione all’autosufficienza, un farsi bastare quello che si riceve.
E lo trovo squisito.
Un’educata moderazione che, ahimé, si sta perdendo nella sfacciata esagerazione attuale, nei toni arroganti, nella sbadata incuranza.

Ai miei figli dirò di allontanare la sedia per alzarsi e di rispondere “no, grazie”, insegnerò loro il “pronto, buonasera. Cercavo …” e il “s’accomodi pure”.

Tiriamo giù dagli scaffali queste espressioni accantonate e rispolveriamole: il vocabolario tornerà a splendere di quella squisita educazione.

Ma ai miei figli non insegnerò quest’arte in amore.

“Nella vita ho sempre avuto paura di essere di peso, di essere una scocciatura.” [Esco a fare due passi]

Sono rimasta per ore nel silenzio quando l’egoismo di quell’uomo mi si parava freddo davanti, ma non ho mai disturbato. Ho rinunciato alla mia libertà di parola per la sua libertà di abitudini. Non ho mai circoscritto la sua indole vulcanica e infantile, anche quando mi costringeva la gola fino a soffocare.
Persino quando se n’è andato non sono stata d’impiccio, ho agevolato il servizio.

In punta di piedi verso l’uscita.

Questa è una vera fregatura.

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8 comments

  1. lepieghedellavita · aprile 18, 2012

    “Ma ai miei figli non insegnerò quest’arte in amore”.
    Sono dentro a questo tue parole come non vorrei. Vorrei non aver paura di disturbare in ogni relazione umana, entro ed esco dalla vita degli altri in punta di piedi, senza fare rumore, anche quando andarmene mi fa male, anche quando restare mi fa male, per non disturbare.

    • silviazordan · aprile 23, 2012

      Credo che certe esperienze che viviamo conducano alle stesse considerazioni, ci accomunino in uno stesso stato d’animo.
      Purtroppo le esperienze più dolorose sono quelle che più si condividono.

  2. giuse1054 · aprile 19, 2012

    Non so cosa nel miscuglio di caratteri innati ed educazione sia a rendere una persona incline alla rinuncia di sé, al senso dell’inadeguatezza perenne, al desiderio fatto a principale scopo dell’esistenza – quasi- di non apparire, non essere d’intralcio, offrire invece una incondizionata disponibilità alle esigenze altrui, gesto spesso scarsamente riconosciuto e gratificato da chi lo riceve; cosa invece renda altri esattamente l’opposto in egoismo ed avidità di possesso anche in termini sentimentali. Ho paura che sia inevitabile. Sarebbe auspicabile ma utopistico che non siano i rapporti di forza ma di intelligenza e rispetto reciproco a rimettere in equilibrio i valori delle persone tra gli individui e nella società…

    • silviazordan · maggio 8, 2012

      Tempo fa ho visto il film di W. Allen “Vicky Cristina Barcelona”. (https://inutilepazzia.wordpress.com/2012/04/13/questo-cercarsi/)
      In una scena Penelope Cruz si rivolge a Crstina dicendole “Tu sei il sale nella nostra relazione, quello che ci manca per essere perfetti”. Ora, non so se abbiate visto il film (se no, ve lo consiglio), ma questa immagine del sale è magnifica secondo me.
      Mi spiego: ci sono relazioni, in amicizia come in amore, che non possono funzionare armoniosamente per il semplice fatto che nessuno dei diretti interessati è in grado di smussare gli angoli del proprio carattere per adattarsi all’altro. Per orgoglio, per egoismo, per paura… non so. Nascono quindi relazioni disperate, esasperate, esagerate.
      In questi casi serve il “sale”. L’ingrediente base, l’equilibrio.
      E allora i “rapporti di forza” come li chiami giustamente tu, hanno una valvola di sfogo, un cuscinetto che ammortizza gli urti…
      E’ il ruolo di molte persone, come i paraspigoli per i bambini… purtroppo anche Cristina, a lungo andare si rende conto di non poter sopportare questo peso…

  3. fernirosso · maggio 8, 2012

    e se fosse proprio quello il succo? voglio dire se fosse lo sradicamento la vera sostanza di ogni cosa che da forma all’essere e lo si capisce con il tempo, molto tempo, che ogni legame ogni relazione altro non è che la nostra paura, imperitura paura ad essere “soli”. Ma anche i soli sono soggetti a spegnimento e brillano di luce propria su uno schermo nero d’assenza.f

    • silviazordan · maggio 15, 2012

      Magnifiche parole.
      Le ho lette e rilette per essere sicura di riuscire ad assaporare come si deve.
      E, alla fine, credo che la paura di essere soli sia una devastante e ricorrente ossessione per molte persone. Ci si adatta a ogni genere di relazione, si ingoiano tutti i nodi in gola, si sopporta l’insopportabile. Lì finiamo con l’annullarci. L’annullarci nell’altro, nel suo egoismo, nella sua forte personalità, nel suo legame stretto e avvelenato.
      Ci sono rapporti che non hanno lacci esteriori, non ci sono fidanzamenti, non ci sono parentele, non ci sono fedi, ma rimango stretti dalla paura di cambiare, dallo smarrimento dell’abbandono, dal vuoto dell’assenza.
      Mancano caratteri coraggiosi, mancano cuori liberi e cervelli aperti.

  4. giuse1054 · maggio 9, 2012

    se, nella perenne attesa di illuminare finalmente qualcosa o qualcuno, ci si accorgesse che la nostra luce in realtà brilla nel vuoto, sarebbe certo la scoperta scontata del buio che ci attende

  5. fernirosso · maggio 10, 2012

    solitamente non si vede ciò che ci acceca di presenza.

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