Non so chi sono, che anima ho


Ci sarebbe moltissimo da scrivere. Di quanto siamo simili, di quanto ci emozionino le stesse piccole cose.

Una canzone alla radio, un verso di poesia. Ci sarebbe da chiedersi se l’essere umano, in fondo, non sia solo uno stampo che continua a generare se stesso. Immutabile.

Ci sarebbe bisogno di ascoltarsi un po’ di più, di guardarsi un po’ di più. E tutto ciò riesco a riempirlo scrivendo.

Scrivere è necessario. Vivere non è necessario.

Risulta spesso un buon metodo. Non è un rinunciare a vivere, è semplicemente rilassarsi, scoprirsi. E alla fine di ogni filosofia, elucubrazione, paranoia c’è solo lo scoprirsi sempre più stampi.

Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.

E spesso questi abissi finiscono per amarsi, o anzi, amarsi sarebbe troppo semplice. Semplicemente finiscono per non finire mai. Assurdo. Dal profondo dei due estremi, dalla distanza all’inverosimilmente vicino, dal troppo parlare ai silenzi pesati, adatti, necessari. Si finisce coll’essere uno continuazione dell’altra. Si finisce col perdersi, coll’annullare tutto quello che eravamo stati fino a quel momento. Si finisce nello scompiglio. Un dolce disordine, come i capelli spettinati.

Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. È un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell’amore. Nell’amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell’amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un’idea nostra. 

 Si finisce col mentirsi.

Mentire alle mani, al cuore, ai reni. Si finisce, e basta.

Concentrazione, concentrato, nemmeno fosse l’esploso di una bottiglia di pomodoro. Rosso. Alla mente arriva la recente impressione di una tela rivista che amo molto. E’ la “Vestizione della Sposa” di Max Ernst, surrealista, illusionista, una visione che assorbe nel mantello di piume rosse della sposa, sensuale donna la cui testa si coglie nel solo scintillio di un occhio, sotto la maschera di un gufo. Il dipinto è elegante e ricco di particolari, contrapposti ad elementi fantastici e mostruosi come la figura in basso con quattro seni. Seno esposto anche nella figura femminile a destra, quasi una custode della sposa, la cui chioma è tale grazie ad una tecnica di decalcomania.
Ma la sposa. E’ il quadro ed è “il quadro nel quadro”, la vediamo come macchia di colore tra antiche rovine da cui emerge un corpo, stabile come le rovine medesime, e la ritroviamo imponente e dominante nella scena, una “Leda e il cigno” che diventa simbolo ed “urlo” di se stessa.
Una fantasia erotica ed una meditazione sulla creatività. Nell’immagine di una sposa abbigliata per il giorno in cui diventa dama della casa, eppure immagine di se stessa.

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One comment

  1. dafnevisconti · giugno 25, 2012

    Max Ernst, una mente libera, forte nel rappresentare il surreale della vita.

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