Manca proprio l’equilibrio.

Foto di Davide Polato

“All’inizio credevo che fosse un fatto mio, personale. Ero un po’preoccupato. Poi guardandomi più attentamente in giro mi sono accorto che la gente non è perfettamente in asse. Sono tutti un po’ traballanti. Tutto un’umanità che dondola, sbanda, slitta, cerca di stare in piedi in qualsiasi modo. Riuscire a stare in piedi su un terreno instabile,insicuro, non è cosa facile. Ma dopo un po’ ce la si fa. Certo non si può pretendere che uno concentrato com’è per stare in piedi possa occuparsi degli altri, del mondo. Insomma, possa pensare. Nooo. Ma a parte questo, la gente non ci fa neanche molto caso. Ma sì, l’uomo si abitua a tutto. Ognuno c’ha il suo traballio: chi a destra, chi a sinistra… il centro non c’è più.”

Signor G.

La promessa

 

Oggi mi dedicherò
ad insegnarti a dire che
si deve un giorno cominciare a non morire.

 

I buoni propositi di un caldo e vuoto pomeriggio di fine luglio. La fine di un ciclo, l’inizio. Il cambio. Il ritorno in sé. Il ritorno del vento che ieri se n’era andato. La sua spinta ed io vela. La partenza senza ritorno, partenza senza bagaglio, la partenza in sé.

in risalto sul mondo (Metereopatia)

Sarà che il cielo è pieno di risorse

ma sono secoli che piove su di me

Il sole si è nascosto bene fra le righe

o forse è solamente fuori per un altro caffè

 

E non capisco il meteo da che parte sta

se il colonnello lancia la pubblicità

arriva un altro temporale

e io cambio canale

e arriva un altro giorno grigio

con il suo accordo minore

 

Voglio fare la nuvola

c’è chi non se la sente

di essere determinante

Fammi fare la nuvola

in risalto sul mondo

fare quello che sento

 

Sarà che il cielo è pieno di risorse

ma io mi sento un po’ polemico

paradossale il modo in cui vedo tutto quel blu

sembra che non gli vada bene

se parlo di cose più grandi di me

 

E non capisco il meteo da che parte sta

se il colonnello lancia la pubblicità

arriva un altro temporale

e io cambio canale

e arriva un altro giorno grigio

con il suo accordo minore

 

Voglio fare la nuvola

c’è chi non se la sente

di essere determinante

Fammi fare la nuvola

in risalto sul mondo

fare quello che sento

 

Yeah

 

Voglio fare la nuvola

c’è chi non se la sente

di essere determinante

Fammi fare la nuvola

in risalto sul mondo

fare quello che sento

Yeah

Trasportato dal vento

 

Sarà che il cielo è pieno di risorse

ma sono secoli che piove su di me

Il sole si è nascosto bene fra le righe

o forse è solamente fuori per un altro caffè

 

Il tempo che vorrei

“Era una di quelle persone che per un motivo inspiegabile e misterioso ti agganciano e non riesci a lasciare finché non ti distruggono e ti fanno in mille pezzi. Anche a persone intelligenti come Silvia può capitare. Anzi, il fatto che lei cercasse di dare un senso al modo in cui lui si comportava l’aveva completamente mandata fuori di testa.”

 

La camicia di mia madre.

La camicia di mia madre sbrindellata
e tagliata a metà sventola al sole
per tutto ieri ha preso pioggia e grandine
e vento tempestoso come le nostre origini.
Ne farò stracci perché era piccola
come camicia da notte e a riposare
non era comoda. Per la polvere
e lustrare la casa andrà bene
e sono sicura che lei sarebbe lieta
di essere servita
anche nell’umile camicia
a migliorare la mia vita.

La mia cara mamma.

Cristiana Fischer

Come un archeologo davanti alla scoperta della sua vita, sfilare dalla cruccia è un atto meticoloso. La seta è ancora morbidissima, scivola tra le dita e il vento dalla finestra la gonfia e la accarezza. Profuma dei suoi 30 anni, profuma di lavanda e naftalina. Il suo colore è perfetto, oggi. E’ il suo ricordo di oriente, è la sua passione per la comodità: ampia, leggera. Indossarla o non indossarla fa lo stesso, appena un velo sulla pelle, nulla più. Sciolgo i capelli, troppo corti per ricadere sul color salmone. Ripenso alle foto di mia madre, una è nel telefono di mio papà. Giovane e bella. E poi le trecce: che chioma! Che tutt’ora si compiace quando le dicono di avere i “capelli color del grano”! Non c’è vanto nel suo vestirsi, è sempre in secondo piano. C’è un sorriso, quello che ho ereditato. E c’è lo sguardo come in perenne ricerca, assorto. Tutto quello che vede, magari non le basta, non le è mai bastato. Saremmo, quindi, più simili di quanto io abbia mai pensato. Finora ho camminato cercando di discostarmi il più possibile dalla sua strada, fino quasi a rinnegarla, a chiedermi cosa c’entrassi io con questa donna così opaca, opalescente, troppo incisiva, poco espansiva. Non mi sono mai accostata a lei, temevo di essere rifiutata dalla sua intimità, dai suoi pensieri sempre così distanti dai miei.

Ricordo due momenti nei quali ho visto spezzarsi la sua interezza, la sua intransigenza. Il Natale dei miei 6 anni, dopo una spifferata di mio cugino, scoprii prima del tempo il regalo che mi avevano fatto: il mio primo computer. Entrai in camera dei miei raggiante e annunciai a entrambi la mia scoperta. Mia madre rimase seduta sul letto, ancora in camicia da notte. Non proferì parola. Mio padre mi disse: “brava!” ma con un distacco e una freddezza eccessivi. Tipico. Ma mia madre no, non aveva avuto una reazione tipica. Uscita di camera la sentii piangere. Non avevo dato loro il tempo di prepararmi la caccia al tesoro, li avevo bruciati sul tempo. Avevo voluto tutto e subito. Da allora ho sempre cercato di dare tempo al tempo e se non si muove nulla vorrà dire che non sono tempi a misura di uomo, ma qualcosa di più dilatato.

Un altro episodio è molto più recente, molto più devastante. Non c’è da raccontare, anzi quasi fa male ricordarsi ancora di tanta cattiveria. Sono cose che uno farebbe bene a scrivere su un foglio, accartocciarlo, strapparlo e bruciarlo. Ma coi ricordi non è consentito fare così. C’è solo da prendere nota di cosa non bisogna fare ad un figlio. Punto primo: non rinfacciare. Mia madre è vissuta finora sotto l’ignominia di non aver conseguito una laurea, mio nonno non gliel’ha mai perdonato. Non che la cosa fosse indispensabile a livello lavorativo, ma lo era per il proprio orgoglio di padre. Lei ha preferito mio padre e me alla sua carriera lavorativa, ha preferito riuscire con una famiglia piuttosto che con un lavoro. Io non ho nulla da rimproverarle, io ragiono allo stesso modo. Ma ora che si decide la mia carriera, non riesco ancora a dirglielo. Non so cosa fare della mia vita e tutto ciò per lei è inconcepibile a 20 anni. Non voglio sentirmi rinfacciare le mie sconfitte e lei, ne sono certa, non lo farà. Ma non voglio nemmeno deludere le sue aspettative su di me. Lei vuole la mia felicità, io voglio la sua. Forse è questo il nodo da sciogliere.

Nelle tue mani

 

«Un giovane baldanzoso voleva prendersi gioco di uno sciocco contadino. Prese un passero e lo teneva chiuso nelle mani. Andò dal contadino e gli disse: “l’uccellino è vivo o morto?”.
Chiunque avrebbe risposto: “vivo” oppure “morto”.
Il contadino lo guardò e rispose: “dipende solo da te: se dirò vivo, tu lo schiaccerai con le mani uccidendolo; se dirò morto tu aprirai le mani facendolo volare via.”»

È tutto nelle tue mani.

Un girotondo d’anime

C’è che si rimane a guardarsi.

Come se non ci fosse poi tanto da vivere. E’ passato un anno. Un anno apparentemente di sconfitte. E forse neanche tanto apparentemente.

Un anno perso. Un anno di girotondi e capriole. Si rimane con la testa ovattata, un po’ rintontiti. Ma si rimane.

Non ho perso nulla, sto ancora cercando me.

 

a riveder le stelle.

Scrivo due righe per fermare su carta le emozioni di questi otto giorni.

Come se inciso qui sopra niente potesse sbiadirsi, niente potesse essere dimenticato. Ma molto più di queste mie parole nei ricordi di ognuno di noi rimarranno le nostre risate, i piccoli scontri per l’arbitraggio, gli abbracci dopo la vittoria e lo spirito di rivalsa dopo le sconfitte.

Non lascerò andare i vostri sguardi assonnati la mattina, la vostra fame di vita (e non solo!), i vostri momenti di paura, gli occhi umidi di lacrime.

Sono partita per questo campeggio con le mille domande, lo smarrimento e il timore di mettermi in gioco che a volte assalgono una ventenne. Voi siete partiti col cuore aperto, con le aspettative più alte che potessero esserci; siete partiti con la leggerezza della vostra età.

Vi ho riscoperto come piume per uno stesso paio di ali. Nella vostra leggerezza avete risollevato tutti noi animatori. Ci avete donato una nuova serenità, quella che troppo spesso, crescendo, si rischia di lasciare per strada.

“Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. E’ davvero così. In ognuno di voi abbiamo visto l’angolo di cielo che tutti portano nel cuore e che ci rende simili ad angeli. Il vivere insieme questa settimana ha creato una famiglia allargata, un sentimento che difficilmente sbiadirà. Ogni volta che vi guarderò nelle mille e mille foto  o a giocare al parco, ogni volta che uno di voi sentirà ancora la voglia di avvicinarsi a noi animatori “vecchietti” ci permetterà di aprire un po’ di più le ali e lasciare che il cuore si alleggerisca delle preoccupazioni e delle paure.

Vi saluto ricordando una frase di uno di voi. “Guarda il cielo, ora ci sono più stelle di prima.” Probabilmente chi l’ha pronunciata non se la ricorderà neppure, ma per me è stato il significato di questa esperienza con voi. Non rimanete mai con lo sguardo fisso a terra, puntate al cielo. Oggi è nuvoloso, ma verrà un giorno dove ci saranno più stelle di prima.

Grazie a ognuno di voi.

Dipende da te.

 

Un uomo, intenditore di arte moderna, si trovava un giorno a visitare una mostra.
Un quadro catturò particolarmente la sua attenzione.
Raffigurava un cuore. Un cuore con una porta all’interno.
Soggetto banale, indubbiamente. Si fermò ad osservarlo turbato da un piccolo particolare che non riusciva a comprendere.

Rimase a lungo davanti all’opera: un cuore e una porta. La porta del cuore.
Non riuscendo a penetrare a fondo il significato di quel quadro, l’uomo fece in modo di incontrare l’autore.
Una volta trovato chiese all’uomo perché la porta bella e massiccia che spiccava al centro del cuore non avesse la maniglia.

L’artista lo guardò.

“Si ricordi: la porta del cuore ha la serratura dall’interno. Gli altri possono bussare ma siamo noi a decidere a chi aprire.”

scorze di uomini

E’ che l’amore è una parola strana:
Vola troppo.

Andrebbe sostituita. ‘L’amore’…
Non sarebbe meglio chiamarlo…..’La cosa’?
Potrebbe diventare più concreto, più duraturo.
All’inizio lei…io l’amavo.
Sì, voglio dire avere quegli attimiintensissimi,
che sembra lascino dei segni profondi, importanti.
Ma ‘La cosa’ non è questo.
O meglio, non è solo questo.
‘La cosa’ è trasformazione, percorso, crescita insieme…
E’ un patto di sangue stipulato tra due persone e forse,
prima ancora, dal destino.
‘La cosa’?…è l’amore.
No, è un’altra qualità dell’amore.
Una qualità che non rimpiange gli attimi perché diventa la vita.
Non so se avrò mai la fortuna di farlo, questo patto di sangue.
Forse ci vorrebbe un uomo.
Cento volte ho provato a cambiare.
A ricominciare da capo. A reincarnarmi.
Ma mi sono sempre reincarnato…senza di me.
Ecco, senza avere avuto una realtà, io passo evanescente
tra i sogni di alcune donne che non hanno avuto la possibilità di completarmi.
Ci sarà senz’altro il modo di fare….’La cosa’!
Altrimenti il nostro destino è quello di essere delle scorze di uomini…
Sì, degli involucri…mai delle persone.
Magari dei personaggi….personaggi affascinanti, simpatici anche….mai persone.
Ma se è così…l’amore non sarà mai….’materia’, ‘terra’, ‘cosa’……
Sarà sempre una parola che vola….
Una farfalla che ti si posa un attimo sulla testa…..
E ti rende tanto più ridicolo quanto maggiore è la sua bellezza…

Pettinami i nodi nello stomaco fino a farli scomparire

“Ti resto a guardare
nel pieno di un giorno,
con il sole nel centro,
ti osservo per ore.

Ai tuoi modi di fare
non sembra che importi
il colore del vetro
e l’inganno che hai dentro

Al tuo cuore di pietra
non sembra che importi
il muro che ho dentro
e l’incanto che hai spento

Ti osserverò per ore e ti resterò a guardare.

E all’improvviso incroci il mio sguardo
e fissi un istante, quello che sarà per sempre
il tuo candido premio.

Ti osserverò per ore e ti resterò a guardare 
Ti osserverò per ore 
così come si osserva il mare.” 

Il colore del vetro,

Il Disordine delle Cose