La camicia di mia madre.


La camicia di mia madre sbrindellata
e tagliata a metà sventola al sole
per tutto ieri ha preso pioggia e grandine
e vento tempestoso come le nostre origini.
Ne farò stracci perché era piccola
come camicia da notte e a riposare
non era comoda. Per la polvere
e lustrare la casa andrà bene
e sono sicura che lei sarebbe lieta
di essere servita
anche nell’umile camicia
a migliorare la mia vita.

La mia cara mamma.

Cristiana Fischer

Come un archeologo davanti alla scoperta della sua vita, sfilare dalla cruccia è un atto meticoloso. La seta è ancora morbidissima, scivola tra le dita e il vento dalla finestra la gonfia e la accarezza. Profuma dei suoi 30 anni, profuma di lavanda e naftalina. Il suo colore è perfetto, oggi. E’ il suo ricordo di oriente, è la sua passione per la comodità: ampia, leggera. Indossarla o non indossarla fa lo stesso, appena un velo sulla pelle, nulla più. Sciolgo i capelli, troppo corti per ricadere sul color salmone. Ripenso alle foto di mia madre, una è nel telefono di mio papà. Giovane e bella. E poi le trecce: che chioma! Che tutt’ora si compiace quando le dicono di avere i “capelli color del grano”! Non c’è vanto nel suo vestirsi, è sempre in secondo piano. C’è un sorriso, quello che ho ereditato. E c’è lo sguardo come in perenne ricerca, assorto. Tutto quello che vede, magari non le basta, non le è mai bastato. Saremmo, quindi, più simili di quanto io abbia mai pensato. Finora ho camminato cercando di discostarmi il più possibile dalla sua strada, fino quasi a rinnegarla, a chiedermi cosa c’entrassi io con questa donna così opaca, opalescente, troppo incisiva, poco espansiva. Non mi sono mai accostata a lei, temevo di essere rifiutata dalla sua intimità, dai suoi pensieri sempre così distanti dai miei.

Ricordo due momenti nei quali ho visto spezzarsi la sua interezza, la sua intransigenza. Il Natale dei miei 6 anni, dopo una spifferata di mio cugino, scoprii prima del tempo il regalo che mi avevano fatto: il mio primo computer. Entrai in camera dei miei raggiante e annunciai a entrambi la mia scoperta. Mia madre rimase seduta sul letto, ancora in camicia da notte. Non proferì parola. Mio padre mi disse: “brava!” ma con un distacco e una freddezza eccessivi. Tipico. Ma mia madre no, non aveva avuto una reazione tipica. Uscita di camera la sentii piangere. Non avevo dato loro il tempo di prepararmi la caccia al tesoro, li avevo bruciati sul tempo. Avevo voluto tutto e subito. Da allora ho sempre cercato di dare tempo al tempo e se non si muove nulla vorrà dire che non sono tempi a misura di uomo, ma qualcosa di più dilatato.

Un altro episodio è molto più recente, molto più devastante. Non c’è da raccontare, anzi quasi fa male ricordarsi ancora di tanta cattiveria. Sono cose che uno farebbe bene a scrivere su un foglio, accartocciarlo, strapparlo e bruciarlo. Ma coi ricordi non è consentito fare così. C’è solo da prendere nota di cosa non bisogna fare ad un figlio. Punto primo: non rinfacciare. Mia madre è vissuta finora sotto l’ignominia di non aver conseguito una laurea, mio nonno non gliel’ha mai perdonato. Non che la cosa fosse indispensabile a livello lavorativo, ma lo era per il proprio orgoglio di padre. Lei ha preferito mio padre e me alla sua carriera lavorativa, ha preferito riuscire con una famiglia piuttosto che con un lavoro. Io non ho nulla da rimproverarle, io ragiono allo stesso modo. Ma ora che si decide la mia carriera, non riesco ancora a dirglielo. Non so cosa fare della mia vita e tutto ciò per lei è inconcepibile a 20 anni. Non voglio sentirmi rinfacciare le mie sconfitte e lei, ne sono certa, non lo farà. Ma non voglio nemmeno deludere le sue aspettative su di me. Lei vuole la mia felicità, io voglio la sua. Forse è questo il nodo da sciogliere.

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