Svenimento

Io devo respirare. Immersa nella sensazione di essere svenuta e di svegliarmi, intorpidita dal malessere, circondata da facce attonite pronte a schiaffeggiarti. Aspetto la voce del tale che arriva di corsa urlando “fate spazio, deve respirare!”
Ad occhi chiusi non so stare, non rinuncio a vedere. Anche l’emisfero nascosto. Saltando più in alto della folla per vedere lo sguardo, le mani, di chi su un palco riesce a vivere il mondo che vorrebbe.
E poi devo parlare. I silenzi si gestiscono male: troppo carichi, troppo vuoti. Le parole danno un senso di sazietà, la bocca piena senza aver detto nulla.
Una bocca piena, una lingua al cianuro. Le parole scavano, a volte sotterrano e non ricoprono, lasciando alla mercé del tempo quello scempio di discorsi: discorsi spezzati, mai iniziati, rimandati. A volte ci si cresce con quelle parole lasciate lì, come un castello di sabbia sul bagnasciuga. Lo si lascia lì ad osservarlo corrodersi, contando le torri che crollano, le fondamenta che cedono all’altra marea, le estremità che si sbriciolano al solleone.
Sono tornata sabbia, sono tornata nel mare.
E sento le ciglia pesanti piegate da perle di gocce. E mi si inzuppano i capelli e, a poco a poco, i pensieri.
Rinvengo. Le guance dolenti, il volto bagnato.
“Fate spazio, deve respirare!”

Canto le forme dei corpi che presero nuova figura

 

“Ma ancora mancava un essere più nobile di questi, dotato di più alto intelletto e capace di dominare sugli altri. Nacque l’uomo, o fatto con divina semenza da quel grande artefice, principio di un mondo migliore, o plasmato dal figlio di Giapeto, a immagine dei dei che tutto regolano, impastando con acqua piovana la terra ancora recente, la quale, da poco separata dall’alto etere, ancora conservava qualche germe di cielo insieme a cui era nata; mentre gli altri animali stanno ricurvi e guardano il suolo, all’uomo egli dette un viso rivolto verso l’alto, e ordinò che vedesse il cielo e che fissasse, eretto, il firmamento. Così quella terra, che fino a poco prima era grezza e informe, subì una trasformazione e assunse figure mai viste di uomini.”

“Metamorfosi”
Publio Ovidio Nasone

Ho ancora le ali

 

Si dice che la poesia

manchi di vero slancio,

che non sappia più volare

poiché non più sorretta

dai grandi angeli alati.

Che farci? E’ un mondo

di poeti atei che volano

preferibilmente in aereo.

 

“Poesia”, Casa di Rieducazione

Valentino Zeichen

È una notte come tutte le altre notti

Gilbert Garcin

Fermò la pellicola su una diapositiva del tutto insignificante e scattò seduta sul divano.
Si scoprì bellissima. Alle dieci e un quarto di uno stupido e vuoto sabato sera. Non voleva trucco, non voleva abiti appariscenti. Voleva essere bella per se stessa. E uscì accostando la porta, evitando le vie affollate del suo paese, evitando gli sguardi. Custodiva gelosa la sua bellezza. Il passo era svelto, camminava leggera e rapida come se qualcuno la attendesse. Non seguiva una strada per più di dieci passi, svoltava, di nuovo. Cercava musica. e guardava le stelle, eccome se le guardava. Era una sfida a chi cedeva prima. Ostinata e superba, voleva ogni stella per sé. E nessun desiderio mai le aveva percorso la mente. Sapeva che era una speranza stupida, infondata, puerile. Come fidarsi di una stella? Se ne sta li, orgogliosa di osservarti per l’eternità con quel luccichio beffardo e un bel giorno la cerchi e si stacca. Così, senza reti di salvataggio, senza accortezza, senza rispetto. Precipita e scompare.
Si sedette. Era il posto del suo cuore. Ogni volta rivedeva quel palloncino verde appeso tra i rami e le scappava una smorfia sul viso. Un sorriso, un rimpianto, un ghigno.

Era ormai tardi. La musica che l’aveva condotta lì rimbombava ancora sguaiata contro le case basse. Le arrivava il suo suono da almeno tre angolazioni. Da destra, direttamente dalla fonte, da sinistra e di fronte. E da sinistra la guidava il vento. Era seduta sul posto del suo cuore. E c’era il vento. Avrebbe potuto diventare un momento perfetto.
Si gustò a lungo i brividi sulle spalle e sulla schiena, accarezzando la pelle irta e granulosa. Poi indossò un pullover.
Il vento poteva sfogarsi solamente contro i suoi capelli, adesso. E non tardò ad imperversare.
La musica venne interrotta da una marcia nuziale e un fastidioso coretto “Bacio!Bacio!Bacio!”: non sarebbe più stato un momento perfetto. Ma non ci badò. Si congratulò mentalmente con gli sposini e tornò a guardare l’acqua. A dire il vero non vedeva l’acqua, a meno che questa non fosse nera come petrolio. Ma sapeva che c’era. Si fissò a osservare qualcosa che non vedeva, si fermò ad osservare qualcosa che vedeva solo nella sua mente. Guardare la realtà da una sola angolazione ma conoscerne tutte le altre. Concetto dibattuto, in arte, in filosofia. Lei aveva risolto quella diatriba nella maniera più banale che potesse esistere. L’acqua c’era, che ci fosse o meno un velo di Maya a ingannarla non le interessava. I capelli scomposti le impedivano di concentrarsi e così i suoi pensieri si mescolarono alla filosofia e a “Sweet Home Alabama”.

Ma le stelle, beh quelle erano lì. Era innegabile, chiunque l’avrebbe affermato. E lei vi si aggrappò. Scordandosi che non c’è da fidarsi di una stella. Di una stella cadente.

Ma come ogni donna scelse di riporre sogni di ferro in cassetti di cartone.

“E’ ora che te ne vai e ti lascio in quelle notti al buio ad aspettare
con le ginocchia in bocca in quel silenzio ingordo
finchè non avrai toccato il fondo è un valzer sottovoce e tornerà la luce.”

Un giorno disumano,

Gianna Nannini

livido tonfo subacqueo dei battiti del cuore

Come al solito credeva che chiudere gli occhi le avrebbe permesso di prendere tempo, di riprendere fiato. Poi li riaprì e vedeva ancora l’onda lunga del mare. Come se nel tempo di un respiro fosse passata di lì una tempesta e questa fosse già la quiete dopo di essa. Camminava convinta di non lasciare tracce dietro sé. La sua mano cadeva fredda sul fianco, senza ostacoli. Poi l’acqua le cinse le ginocchia e le nuvole bianche le riempirono gli occhi. Il bianco si posava su ogni cosa, un foglio mai raggiunto dal colore, un foglio perfetto. Ma vuoto.

L’acqua aveva rallentato i suoi movimenti, ora abbracciava i fianchi. E quel bianco diventava silenzio, senza confini. Era presagio, senza sorpresa perché nulla di variopinto saltava all’occhio. Era attesa.

Ha preso le spalle. Scivola morbida sulla sua pelle, non lascia traccia di sé. Sposta i capelli con la sua dolcezza, conquista lentamente il collo. Chiuse di nuovo gli occhi per non lasciarsi accecare da quella luce. E si voltò.

Il bianco era diventato colore, carne, vita.

E lei lo baciò.

Foto Alessandro Pinna

Chi sa baciarsi il mare (“Lettere d’amore nel frigo”)

Basta Star Bene Per Non Stare Male

 

Goditi i Tuoi Lividi, i tuoi brividi
e poi specchiati
Altalene che restano ferme a metà
Perchè Non Pesi Niente

“Perché non pesi niente”,

Marta sui tubi

Sa come cadono le stelle che non ne cade mai nessuna

Foto di Lilla Conti

 

Questa canzone non è triste è solo
tristemente vera
parla di quel che non esiste finché
la scienza non lo spiega
Sa come cadono le stelle che non
ne cade mai nessuna
che siamo pezzi di meteore o avventurieri
di fortuna.
Ma dell’amore non sa niente, di me
che tremavo di paura
e allora aprivo le finestre per vedere
cosa c’era.
C’era la notte e le sue stelle e
sul tuo viso era la luna,
così ho capito che per sempre non
avrei amato più nessuna…
Vieni con me, tu vieni con me…
L’uomo che viaggia fra le stelle
e ha camminato sulla luna
giura amore e poi si pente chiede
ai maghi la fortuna.
Fa collezione di conquiste, conosce
il peso di una piuma,
è un pescatore di conchiglie poi
gratta e perde la fortuna.
Ma dell’amore non sa niente, di me
che tremavo di paura
e allora aprivo le finestre per vedere
cosa c’era.
C’era la notte e le sue stelle, e
sul tuo viso era la luna
così ho capito che per sempre non
avrei amato più nessuna.
Vieni con me! Tu vieni con me…
Vieni con me! Tu vieni con me…