Perché hai tardato tanto?

I giorni son sempre più brevi
le piogge cominceranno.

La mia porta, spalancata, ti ha atteso.

Perché hai tardato tanto?

Sul mio tavolo, dei peperoni verdi, del sale, del pane.Il vino che avevo conservato nella brocca
l’ho bevuto a metà, da solo, aspettando.Perché hai tardato tanto?

Ma ecco sui rami, maturi, profondi
dei frutti carichi di miele.

Stavano per cadere senz’essere colti
se tu avessi tardato ancora un poco.

 

Nazim Hikmet

 

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

 

E quale sarebbe la direzione?

But shine,shine,shine today that i’m ok
shine,shine,shine tonight ain’t got no fright.

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti a sé.

Camminando separatamente su l’una o sull’altra due persone avrebbero potuto scegliere di essere eternamente vicine e esponenzialmente distanti. Senza una destinazione.

Ma i treni hanno una destinazione. “Se un treno non ha una città in cui arrivare è un treno che non ha senso“. E un giorno salì sul treno con quella incrollabile certezza: sapere dove andare. Come se il desino le avesse fissato un appuntamento proprio là, al capolinea. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto.

Si sedette volutamente contraria al senso di marcia. Volutamente, ostinatamente contraria. Vide il mondo abbandonarla. Lo vide allontanarsi nei cartelli delle stazioni, negli alberi già precocemente tinti di rosso per l’estate arida, avara di piogge.

In fondo quel treno non era altro che una biglia di lamiere schizzata da una stazione.

Da una stazione ad un’altra.

Duecento chilometri più in là.

Osservando terra e cielo correre via da lei sentì che quel movimento del mondo le apparteneva da sempre. La mente rivolta al passato, lo sguardo si fermava su un istante che da presente scivolava nel passato e lei ferma. Ferma lì. Senza curarsi delle immagini successive, incondizionatamente assorta in quel mai più che era già scorso via per sempre. Ma lei lo teneva agganciato. Con gli occhi. Ferma lì. Agganciava il tempo come agganciava le persone. E qualora queste talvolta continuassero su un binario diverso dal suo, lei si bloccava a guardarle. Ferma lì a scongiurarle con gli occhi di non uscire dalla propria vita.

E il tramonto esce dalla sua visuale.

Scompare a sinistra del suo finestrino.

Scompare sotto l’orizzonte.

Alla stazione non incontrò nessuno. Tanto meno il proprio destino. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto. Nessuno scrutò il suo volto. E lei fece altrettanto.

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti a sé.

Si sedette volutamente favorevole al senso di marcia. Volutamente, ostinatamente favorevole. Vide il mondo venirle incontro. Lo vide accostarsi nei cartelli delle stazioni, negli alberi già precocemente tinti di rosso per l’estate arida, avara di piogge. Fece posto sul sedile accanto al suo. Si sedette un uomo. Aveva le braccia conserte e gli occhi fissi sul suo volto.

[S.]

Foto di Davide Polato

Foto di Davide Polato

La traiettoria di un proiettile è rettilinea e il treno è un proiettile sparato nell’aria. Sa, è molto bella l’immagine di un proiettile in corsa: è la metafora esatta del destino. Il proiettile corre e non sa se ammazzerà qualcuno o finirà nel nulla, ma intanto corre e nella sua corsa è già scritto se finirà a spappolare il cuore di un uomo o a scheggiare un muro qualunque. Lo vede il destino? Tutto è già scritto eppure niente si può leggere. I treni sono proiettili e sono anche loro esatte metafore del destino: molto più belle e molto più grandi. 

Castelli di  rabbia, A. Baricco

Forse vivere è questo

“Per un momento credevo di aver trovato la mia vocazione; credevo di aver capito che per curarmi dovevo curare gli altri, solo quelli “curabili” però, quelli che possono essere salvati, invece di tormentarmi perché non riesco a salvare il prossimo.
Allora cos’è, dovrei fare il medico? Oppure la scrittrice? In fondo è un po’ la stessa cosa, no?”

L’eleganza del riccio, M. Barbery

Ciò che conta è adesso

Vivere, morire: sono solo le conseguenze di ciò che abbiamo costruito. Quello che conta è costruire bene.  Allora, ecco, mi sono imposta un altro vincolo. Smetto di demolire e disfare, e comincio a costruire.

[…]

In realtà temiamo il  domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.

[…]

 

Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un

pezzetto di eternità.

Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.

 

 

Diario del movimento del mondo n°3

Dài, raggiungila!

Quando penso che c’è gente che non ha la televisione! Ma come fanno? lo ci starei delle ore. Spengo l’audio
e rimango a guardare. Ed è come se vedessi le cose ai raggi x. In realtà, togliere il suono è un po’ come
togliere la confezione, la bella carta di seta che avvolge una robetta da due euro. Se guardate i servizi del
telegiornale in questo modo, ve ne accorgete subito: le immagini non hanno nessun legame tra loro, l’unica cosa
che le tiene insieme è il commento che spaccia una serie cronologica di immagini per una successione reale di
fatti.
Sì insomma, la tivù mi piace tantissimo. E oggi pomeriggio ho visto un interessante movimento del
mondo: una gara di tuffi. In realtà, diverse gare. Era una retrospettiva sul campionato del mondo di questa
disciplina. C’erano dei tuffi individuali con figure obbligatorie o figure libere, le categorie uomini e donne, ma
più di tutti mi hanno interessato i tuffi a coppie. Oltre all’abilità individuale con un mucchio di avvitamenti,
salti mortali e giravolte, i tuffatori devono essere sincroni. Non più o meno insieme, no: perfettamente
insieme, al millesimo di secondo.
La cosa più divertente è quando i tuffatori hanno due strutture corporee diverse: uno piccolino e tarchiato
accanto a uno alto e filiforme. Viene da dire: dal punto di vista fisico non può funzionare, non possono partire
e arrivare nello stesso momento, e invece ci riescono, pensate un po’. Morale della favola: nell’universo tutto
è compensazione. Quando si è meno veloci, si spinge più forte. In realtà ho trovato del materiale per il mio
Diario nel momento in cui sul trampolino si sono presentate due ragazze cinesi. Due divinità longilinee con
delle trecce nere e lucenti che avrebbero potuto essere gemelle tanto si somigliavano, ma il commentatore ha
tenuto a precisare che non erano nemmeno sorelle. Insomma, sono arrivate sul trampolino, e lì immagino che
tutti abbiano fatto quello che ho fatto io: trattenere il respiro.
Dopo alcuni slanci eleganti, sono saltate. Per i primi microsecondi è stato perfetto. Dentro di me ho provato
la stessa perfezione, pare che sia una storia di “neuroni specchio”: quando guardiamo qualcuno compiere
un’azione, nella nostra testa si attivano gli stessi neuroni attivati da chi compie l’azione, senza che noi facciamo
nulla. Un tuffo acrobatico senza muoversi dal divano, sgranocchiando patatine: è per quello che ci piace
guardare lo sport in tivù. Insomma, le due grazie saltano e la prima fase è una cosa meravigliosa. Poi invece,
l’orrore! All’improvviso sembra che tra di loro ci sia un leggerissimo sfasamento. Tutti a scrutare lo schermo
col cuore in gola: non c’è dubbio, c’è uno sfasamento. Lo so che è assurdo descriverlo così, visto che il salto
non dura più di tre secondi in tutto, ma proprio perché dura solo tre secondi guardi ogni fase come se durasse
un secolo. Ed ecco che salta all’occhio, non si può più far finta di niente: sono sfalsate! Una di loro entrerà
nell’acqua prima dell’altra! È terribile!
Mi sono ritrovata a urlare davanti alla televisione: dài, raggiungila! Raggiungila, forza! Ho provato una
rabbia incredibile verso quella che aveva cincischiato. Sono sprofondata di nuovo nel divano, con il
voltastomaco. Allora, come la mettiamo? È questo il movimento del mondo? Un infimo sfasamento che
rovina per sempre la possibilità della perfezione? Per una buona mezz’ora sono stata di pessimo umore. Poi
all’improvviso mi sono chiesta: ma perché volevo che la raggiungesse a tutti i costi? Perché si sta così male
quando il movimento non è sincrono? Non è molto difficile da capire: tutte queste cose che passano, che ci
sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità… Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che
avremmo dovuto fare, i kairòs folgoranti che un giorno sono apparsi ma che non abbiamo saputo cogliere, e
che sono sprofondati per sempre nel nulla… Lo smacco appena un pelo più in là… Ma soprattutto mi è venuta
un’altra idea, per via dei “neuroni specchio”. Un’idea inquietante, a dire il vero, forse vagamente proustiana (e la cosa mi secca). E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio
e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione
che ci mostra tutte le occasioni perdute?
Complimenti al movimento del mondo! Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro. Dovremmo
viverlo davvero, e invece è sempre un’estasi per interposta persona.
Allora ditemelo voi: perché rimanere in questo mondo?

We are born into life | Then we grow into thought

VICTOR BREGEDA – The Rhapsody of Life – 28 x 36 inches Giclee on Canvas

In un ambiente deserto, Victor rappresenta la sua illustrazione dell’innamoramento tra un uomo e una donna. Una relazione ha inizio come un seme o una possibilità, rappresentata con una limpida gocciolina ovale sulla sinistra in primo piano. Gradualmente la relazione prende forma attraverso l’immagine di un uomo e una donna che cominciamo a conoscersi l’un l’altra (le tre coppie limpide in secondo piano al centro dell’opera). In seguito, se la relazione è destinata ad esistere, l’energia giunge dall’universo attraverso l’immagine del tuorlo che cade da un uovo cosmico e la coppia si innamora (la coppia sulla destra in primo piano).

Senti che fuori piove

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Era la prima pioggia di settembre.
Quella che fa correre il cliente dentro il bar, il passante sotto la pensilina dell’autobus, la mamma a ritirare il bucato.
E c’è stata una prima goccia a solleticare l’asfalto, a scompigliare la permanente della signora distinta, ad annacquare il bicchiere di vino del tizio del bar. Poi le altre hanno solo imitato il folle volo a precipizio.
E fu un diluvio.
Una caffettiera che gorgoglia sempre più rauca. Sale il livello del caffè sul fornello, il bicchiere di vino abbandonato sul tavolino di plastica è mezzo pieno. Di acqua. I capelli cominciano a gocciolare sulle spalle ancora troppo scoperte per il cambio repentino.
Gli uomini si affannavano sotto quel diluvio. Il tempo aveva subìto un lavaggio errato e si era ristretto. Come i golfini di lana.

Era la prima pioggia di settembre. La lamiera cominciò a suonare sotto il peso della prima goccia. E le altre accompagnarono, poi, quel gioco. Tamburellavano impertinenti, cadenzando i battiti delle ciglia e il ritmo lento delle carezze. In quel momento la fretta degli uomini si era spenta, insieme ai fari.
Solo la Luna in sentinella osservava quel silenzio, mentre un ramo mostrava e nascondeva i volti a suo piacimento.

E fu la prima goccia che spavalda li vide, scivolando lungo il finestrino.

[S.]