E quale sarebbe la direzione?


But shine,shine,shine today that i’m ok
shine,shine,shine tonight ain’t got no fright.

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti a sé.

Camminando separatamente su l’una o sull’altra due persone avrebbero potuto scegliere di essere eternamente vicine e esponenzialmente distanti. Senza una destinazione.

Ma i treni hanno una destinazione. “Se un treno non ha una città in cui arrivare è un treno che non ha senso“. E un giorno salì sul treno con quella incrollabile certezza: sapere dove andare. Come se il desino le avesse fissato un appuntamento proprio là, al capolinea. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto.

Si sedette volutamente contraria al senso di marcia. Volutamente, ostinatamente contraria. Vide il mondo abbandonarla. Lo vide allontanarsi nei cartelli delle stazioni, negli alberi già precocemente tinti di rosso per l’estate arida, avara di piogge.

In fondo quel treno non era altro che una biglia di lamiere schizzata da una stazione.

Da una stazione ad un’altra.

Duecento chilometri più in là.

Osservando terra e cielo correre via da lei sentì che quel movimento del mondo le apparteneva da sempre. La mente rivolta al passato, lo sguardo si fermava su un istante che da presente scivolava nel passato e lei ferma. Ferma lì. Senza curarsi delle immagini successive, incondizionatamente assorta in quel mai più che era già scorso via per sempre. Ma lei lo teneva agganciato. Con gli occhi. Ferma lì. Agganciava il tempo come agganciava le persone. E qualora queste talvolta continuassero su un binario diverso dal suo, lei si bloccava a guardarle. Ferma lì a scongiurarle con gli occhi di non uscire dalla propria vita.

E il tramonto esce dalla sua visuale.

Scompare a sinistra del suo finestrino.

Scompare sotto l’orizzonte.

Alla stazione non incontrò nessuno. Tanto meno il proprio destino. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto. Nessuno scrutò il suo volto. E lei fece altrettanto.

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti a sé.

Si sedette volutamente favorevole al senso di marcia. Volutamente, ostinatamente favorevole. Vide il mondo venirle incontro. Lo vide accostarsi nei cartelli delle stazioni, negli alberi già precocemente tinti di rosso per l’estate arida, avara di piogge. Fece posto sul sedile accanto al suo. Si sedette un uomo. Aveva le braccia conserte e gli occhi fissi sul suo volto.

[S.]

Foto di Davide Polato

Foto di Davide Polato

La traiettoria di un proiettile è rettilinea e il treno è un proiettile sparato nell’aria. Sa, è molto bella l’immagine di un proiettile in corsa: è la metafora esatta del destino. Il proiettile corre e non sa se ammazzerà qualcuno o finirà nel nulla, ma intanto corre e nella sua corsa è già scritto se finirà a spappolare il cuore di un uomo o a scheggiare un muro qualunque. Lo vede il destino? Tutto è già scritto eppure niente si può leggere. I treni sono proiettili e sono anche loro esatte metafore del destino: molto più belle e molto più grandi. 

Castelli di  rabbia, A. Baricco

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4 comments

  1. loltreuomo · settembre 16, 2012

    Una delle immagini più belle del libro. A me è piaciuta molto anche quella dell’orologio…
    Post bellissimo
    ciao

    • silviazordan · settembre 17, 2012

      Ti ringrazio 🙂
      Questo libro mi ha stupita e mi ha trascinata, forse perché l’ho iniziato dentro una stazione, sopra un treno.
      Forse era destino.

      Buona giornata!

  2. poemonapage · settembre 20, 2012

    Splendido. E’ farina del tuo sacco (citazione a parte)?
    Ci vedo, tra le righe, anche la presenza di quel genio di De André, nella sua direzione ostinata e contraria, nel suo “T’ho incrociata alla stazione che inseguivi il tuo profumo, presa in trappola da un tailleur grigio fumo; i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino…”.

    Sono molto legata alle stazioni. Per mesi vi sono passata per prendere un treno diretto al mio personale “codardo”. Devo dire che la sua scomparsa dalla mia vita ha cancellato molto del buono che avevo creato con lui, ma è pur vero che l’attaccamento alla figura magica del treno non è altrettanto svanita. E di ciò sono molto contenta.

    Viaggiare con la meta alle spalle… ne parlo anch’io tra un verso e l’altro.
    Vedo che ci capiamo molto, dolce Silvia.

    Un bacione e complimenti!
    Paola

    • silviazordan · settembre 20, 2012

      Citazioni in corsivo a parte sì, è farina del mio sacco.
      C’è molto delle miei passioni, delle mie figure di riferimento in questo piccolo quadretto. C’è Faber al quale sono molto legata (tanto da dedicargli il blog): c’è “Anime Salve”, c’è “Le Passanti”, c’è “Boccadirosa”.
      E poi ci sono i treni, la mia voglia di viaggiare, c’è la mia curiosità del futuro e del destino. Ci sono persone, i mille universi da scoprire, voglia di approfondire relazioni, rapporti, amicizie.

      Su quel treno c’era anche la fuga da un codardo forse, fuga dal suo ricordo, dalle cose che mi legano a lui.

      Ti ringrazio molto Paola per il bellissimo commento.
      Un abbraccio, buona giornata.
      Silvia.

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