Ti do le stesse possibilità di neve al centro dell’inferno, ti va?

Foto di Maria Santoro

Foto di Maria Santoro

Le cadde lo sguardo su quello che rimaneva del suo riflesso:
un labbro dal carattere forte e due ciocche di capelli scomposte.

L’aria pesante e bagnata aveva lasciato qua e là specchi limpidi, colpiti da un chiarore insolito.

La luna, al suo posto, faceva bella mostra di sé a dispetto di Orione e Cassiopea.

In quell’istante le saltò in mente un desiderio. Senza stelle cadenti, senza notti di San Lorenzo, senza occasione. Non aveva mai creduto ai desideri. Ma le piaceva il cielo. Le piaceva pensare, sotto quel cielo.
E camminare, eccome se le piaceva.

Era una notte da lupi, da solitari, da abbandonati.
Il motore grugnì, allontanandosi.
Lei raccolse le sue braccia vuote e i frammenti di sé da una pozzanghera.

Lampadine a intermittenza si accesero poco distante.
La luna, al suo posto, si eclissò.

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sottozero

Questa notte rimane qui.
Compagna paziente e silenziosa.
Deforma il tempo, svuota l’aria di ossigeno, appende cartoni alle finestre. Ora il buio è un solido aroma di vitalità. Entra dalle narici, prorompe nel respiro caldo e profondo. Un ricircolo d’aria, ma il ricircolo del mio essere dove si è inceppato? Ricordo notti senza lotte né trincee, ricordo bui vuoti e sottili da toccare con l’indice la torta senza sporcarsi di panna.
Questa notte rimane qui.
Seduta accanto al mio cuore degente, debilitato, pallido. Assiste al fluire lento delle mie fantasie, al prorompente spasmo dei miei progetti. Questa notte ha portato con sé la frenesia di vivere, mi ha chiuso gli occhi seguendo con i polpastrelli il vorticare senza pace delle mie pupille. Mi ascolterà sognare, col capo posato sul mio petto fino a negarmi il respiro. Affondando, inspirerò più forte la vita, spingendo nei polmoni questo buio solido e profumato.
Solo la brina dell’alba placherà il mio vivere di frenesia. Il respiro caldo e profondo scivolerà sui vetri, condensa del mio essere.
Coperta calda su queste ossa gelate, scioglierà i grovigli sparsi sulle lenzuola.
Mi riavvolgerò con meticolosa pazienza.
Foto di Kevin Millet

Foto di Kevin Millet

sarebbe arrivata l’alba

“Scelsero questo giorno
in cui la notte
è più lunga di tutte le altre
per amarsi.
Perché sarebbe arrivata l’alba
e l’alba sarebbe stata un addio.”

 

[cit.]

"Amanti vicino al ponte" , Marc Chagall

“Amanti vicino al ponte” , Marc Chagall

incorporeo

L’alito di una pipa
scalfì la nebbia solida del tardo pomeriggio.
Sospesa
senza corpo proprio.

Immergendosi in quel bagno denso, l’odore acre le scivolò addosso.

poi svanì.

Parigi nebbia

mi sono seduta, aspettandoti.

 

Mi sono seduta ad aspettarti.
Il sole è calato dietro ai filai, l’amaranto ha ceduto colore alla
vite. Ho sgranato l’uva matura, asciugandomi il rivolo rosso sangue sul mento.
Ho scacciato i corvi che si portavano via gli acini scarni e esangui di novembre.
L’erba alta, ora, nasconde le mie gambe, il sentiero che mi ha portata qui, il nero inverno mi chiude gli occhi.

Mi sono seduta aspettandoti, l’attesa ha affaticato le ginocchia, il
freddo ha punto le guance e le nocche delle mani.

Questo luogo si dimentica di me.
Io, di te.

Questo luogo continua la sua vita nonostante me.
Io, nonostante te.

La mia sedia è ancora lì.
Un altare vuoto, divorato dal tempo.

il sapore delle cose nascoste

tazza fumante

Dietro una tazza di latte fumante, spiava il vapore fondersi con l’aria fredda dell’immenso salone.
Adescava biscotti al cioccolato senza badarci troppo. Quelli rotti su un lato li lasciava spietatamente al loro destino nella larga tazza; quelli interi, perfettamente rotondi, li rotolava sul fondo di ceramica, inzuppandosi le dita di latte.
La affascinavano le forme che il vapore assumeva all’incresparsi del suo respiro.
Diventava man mano meno fruttuosa la dolce pesca, e i tempi di presa-inzuppatura-masticazione si erano notevolmente allungati negli ultimi minuti.
Toccò il fondo proprio nell’istante in cui il vapore, esausto, si diradò.
Delusa dal quel vuoto improvviso bevve furtivamente l’ultimo sorso di latte ormai appena tiepido e infossò le spalle nel divano, le ginocchia sotto al mento, le braccia sulle caviglie.

Da lì si godette quella posizione di difesa, calore e economia di spazi per qualche secondo.
Si alzò per dare una meritevole fine al sacchetto di dolciumi.
Inarcando la schiena per scivolare giù dal divano, alla sua vista comparve un rotondo, bruno e granuloso biscotto.

Quando pensi di aver toccato il fondo, a volte, basta un cambio di prospettiva per dare alla tua giornata una sfumatura di azzurro.

fame di cose primordiali

io e te siamo esangui

 

Io e te siamo esangui,

senza voglia di finire questo incantesimo.

Incolori e indomiti, siamo soli

nel limbo del nostro piacere

perché io e te

siamo pieni di amore carnale,

io e te.

 

L’altra verità. Diario di una diversa, Alda Merini