Il contorno e dintorni.

Foto di Walter Valentini

Foto di Walter Valentini

 

Foto di Walter Valentini

Foto di Walter Valentini

 

Foto di Walter Valentini

Foto di Walter Valentini

 

Foto di Walter Valentini

Foto di Walter Valentini

 

Foto di Walter Valentini

Foto di Walter Valentini

Se ne sta immobile tracciando il contorno. Ogni riccio, ogni piega del cappotto.

Se ne sta in silenzio premendo sulla pelle. Incidendo il confine tra sé e tutto il resto.
Ha segnato la fine. Senza aver mai fatto altrettanto all’inizio.

Non era presente o passato.
Non era giusto o sbagliato.
È questa lunga e assopita fissità.

Occhi fissi. Fissi in altri occhi.
Chiodi fissi, altri divelti.
E vetri rotti, fiori straziati, crepe nell’asfalto.

In mezzo a tutto questo, si fermò.
Uscirono a buttare l’immondizia, un cane soddisfece i suoi bisogno, i lampioni si accesero di comune accordo.

La sciarpa srotolata, il libro caduto dalle mani.
Tornò a casa da un’altra strada.
Volse indietro i suoi passi.

Se ne andò in silenzio, misurando palmo palmo la distanza tra il cuore e il respiro.
Camminava dietro la sua ombra, ora davanti.

Ad ogni lampione le era accanto, sul muro di sassi. Poi le scivolava sotto i passi e via.

Creare e distruggere.
Non vedersi e vedersi scivolare via.
Aspettare di nuovo il sole.
Aspettare che anche l’ultimo lampione sia spento.

Essere di nuovo un confine tra sé e tutto il resto.

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Profumo di tè

tea love

A quell’ora l’avresti trovata con una tazza di tè fumante tra le dita.
Nell’attimo in cui la bustina toccava il pelo eccitato dell’acqua, lì, avveniva il miracolo.
L’istante perfetto.
Un turbinio di aroma colorato iniettava l’acqua pura.
Non ne avresti mai più distinto il confine.
E mentre il tè sanguinava nella tazza, esaminava con cura gli spigoli aspri del proprio carattere e la dolcezza della propria indole.

A quell’ora non c’era altro da fare che scaldarsi le dita,

accompagnarle alla bocca senza fretta

e soffiar via ciò che si disperde da sé.

Lo strappo.

E tu, perché sei rimasto?
Hai messo fuori il naso dalla finestra, c’è più aria, c’è più spazio, sai?
Ci sono cervelli malati, anime insane. Ci sono occhi come il mare da perdersi sotto le onde, da legarsi le caviglie al fondo e amarsi da laggiù. Senza aria, senza luce. In apnea.

Ci sono gabbiani da catturare con le mani aperte, e ali e silenzi da spiegare, e voli e parole da spiccare, incendi da appiccare.

Perché tu che resti qui, non vai?
Ti attardi sul pontile spingi l’orecchio oltre l’infinità del mare,  fino al confine della sirena. Ora, muta. E muta il tempo, tempo divorato, accoltellato, avvolto in fogli di giornali passati, pàssati ancora il ghiaccio sugli occhi, scenderà così una nuova lacrima. Asciugati in fretta, aspetta la nuova tempesta, spogliati dopo la festa, spogliati la testa. Spogliati così, senza labbra tremanti ad osservarti, occhi languidi a toccarti.
Spogliati qui, spogliati… Ma da chi?

Lo strappo

Sarebbe Bello Non Lasciarsi Mai Ma Abbandonarsi Ogni Tanto E’ Utile

 

Io odio immensamente le ferrovie dello stato
perchè è li che ci diciamo addio quattro volte al mese
e le tue scarpe rosse da sedicenne alcolizzato
che inciampano nelle valigie e nei biglietti troppo cari
Ah sarebbe bello non lasciarsi mai
ma abbandonarsi ogni tanto è utile
o necessario alla sopravvivenza di
animali in estinzione come noi
Io odio immensamente i giardini comunali
Perché è li che ti ho visto scegliere per la prima volta
Tra le statue e le panchine di un inverno educato
C’èra solo una ragazza con la giacca di sua madre
sarebbe bello non lasciarsi mai
ma abbandonarsi ogni tanto è utile
o necessario alla sopravvivenza di animali
in estinzione come noi.

e tutto quello che voglio da te è illegale
niente che si può cercare che si può trovare
in questa parte di universo disponibile
niente che si può comprare con i soldi di mio
padre
ah sarebbe bello non lasciarsi mai
ma abbandonarsi ogni tanto è utile
o necessario alla sopravvivenza di animali
in estinzione come noi
che non siamo gli alber,i non siamo gli alberi
non si amo gli alberi che stanno fermi li

e tutto quello che voglio da te è illegale
niente che si può cercare che si può trovare
in questa parte di universo disponibile
niente che si può comprare con i soldi di mio
padre.

L’importante è finire.

Foto di Claudio Torrini

Foto di Claudio Torrini

 

Ho iniziato a dimenticare migliaia di fotografie scattate,

Ho iniziato a dimenticare centinaia di volti ed i loro nomi,

Ho iniziato a dimenticare decine di libri,

Ho iniziato a dimenticare un amore.

Quando il viandante canta nell’oscurità migliora il suo umore ma di certo non trova la strada.

Un colpo di costole

per non dover pensare al cuore

rigonfio di tutta la luce

della tua torcia.

Walter Valentini

Fuori dalla portata della nostra presenza

 

La stazione

Il mio arrivo nella città di N.

è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E’ scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E’ avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole

Wislawa Szymborska

Non è niente

Foto di Steve McCurry

Non è niente.

La rivoluzione. Prima contro me, contro te in seguito. Bombe carta e motorini incendiati li lascio nel tg: io ti ho scagliato bombe al veleno, parole di fuoco. Sei stato il corpo del reato. Ed io avevo già alibi e difese da sfoggiare al momento dell’accusa.

Ma non è niente. Nessuna accusa. Nemmeno uno sputo in faccia. Solo timidi tentativi del tuo anonimo orgoglio, troppo timidi.

Cos’era quell’addio? Spietato come salire su un treno e non tornare, sfinito come fare le valige e sbattermi la porta, violento come baciarmi o spararmi sulle labbra.

Sono rimasta fuori e già ti aspettavo. Tu che mi allontani per dovermi poi riavvicinare. E mi usi o ti uso, ancora non so. Una gomma da masticare lasciata sotto il banco. L’unica novità che mi concedi è immaginare con quale scusa avrai bisogno di me. Di nuovo.