C’erano pareti altissime e io guardavo il cielo

Sempre ferma ad aspettarti.

Un passo più avanti di te.

Spalle fuori asse, collo avviluppato fin sopra i miei pensieri.

Dietro porte aperte, dentro stanze affollate, sopra strade trafficate.

 

Con una scusa, una piccola bugia. Sempre ferma.

Come se tutto passasse dalla feritoia di queste assi di legno ammuffito.

Come se il passato fosse ispirazione, o solo marciume.

Ricordo, o solo dubbio.

 

Sempre ferma ad aspettarti in questa casa senza tetto dove i pensieri continuano a salire.

Dentro quattro mattoni diroccati dove i passi non fanno altro che rincorrersi.

C’è un movimento verso te, come se dovessi alzare i talloni per riafferrare il filo.

 

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

 

 

 

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Una ballata a metà

In un giorno che pioveva ho steso certe parole secche sul balcone. L’acqua se ne andava, si sommava alle piogge di sempre che il vento si porta via. Un altro vento le ha asciugate.

Vorticavano le foglie dissanguate, senza linfa, senza legami nel nero di un tombino.

Si cementificavano nelle buie viscere, come una storia muta.

Forse un giorno risorgeranno.

Foto di Walter Valentini

L’amore sacro e l’amor profano

l'amore sacro e l'amor profano

 

La chiamavano bocca di rosa
metteva l’amore metteva l’amore
la chiamavano bocca di rosa
metteva l’amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione
del paesino di Sant’Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C’e’ chi l’amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa ne’ l’uno ne’ l’altro
lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno all’altro
bocca di rosa si tirò addosso
l’ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l’osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo d’iniziativa
le contromisure fino al quel punto
si limitavano all’invettiva.
Si sa che la gente da’ buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio
si sa che la gente da’ buoni consigli
se non può dare cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole acute:
“Il furto d’amore sarà punito -disse-
dall’ordine costituito”.
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
“Quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare”.
E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Il cuore tenero non e’ una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l’accompagnarono malvolentieri.
Alla stazione c’erano tutti dal
commissario al sagrestano
alla stazione c’erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano.
A salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese
a salutare chi per un poco
portò l’amore nel paese.
C’era un cartello giallo
con una scritta nera, diceva:
“Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera”.
Ma una notizia un po’ originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall’arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi manda un bacio, chi getta un fiore,
chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l’amore sacro e l’amor profano.

“Non c’è nulla di più animale della coscienza pulita”

Da bravo professore, mi piacerebbe di tanto in tanto proporre ai nostri lettori qualche poesia importante, che sappia concentrare in pochi versi un ragionamento complesso, difficile o forse impossibile da affrontare con strumenti puramente razionali. E vorrei cominciare con un componimento della Szymborska, grande poetessa polacca, premio Nobel per la letteratura nel 1996; il nome è astruso, ma le parole sono chiare ed entrano dritte per dritte nel cuore del problema che oggi affrontiamo: il gigantismo dell’io, questa ipertrofia patologica, questo narcisismo debordante, questo senso di irresponsabilità teatrale e totale per cui la colpa è sempre degli altri.
Bisogna ritornare a un sano sentimento di partecipazione alla vita, e dunque di responsabilità: se le cose vanno male è anche colpa mia, se le cose vanno bene è anche merito mio. Non siamo spettatori ubriachi, non possiamo solo suonare le trombette dell’indifferenza, fingere che noi non c’entriamo niente, che eravamo qui per caso, governo ladro, mondo boia, vita infame. Allora, la poesia di Wislawa Szymborrska ha un titolo scandaloso: `Lode della cattiva considerazione di sé`. Forse non bisogna eccedere nel delirio di indegnità, nei castranti sensi di colpa, ma l’adultità ci chiama, non dobbiamo rimanere – come questo tempo vorrebbe – dei ragazzetti spensierati che fischiettano sul bordo dell’abisso. Leggiamo queste parole taglienti:

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.

Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.

I piranha non dubitano della bontà delle loro azioni.

Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.
Uno sciacallo autocritico non esiste.

La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano

Vivono come vivono e ne sono contenti.
Il cuore dell’orca pesa cento chili

Ma sotto un altro aspetto è leggero.
Non c’è nulla di più animale

Della coscienza pulita

Sul terzo pianeta del Sole.
Ecco la riflessione in versi da cui ripartire, senza accampare scuse, senza far finta di niente. Non sopporto più chi ripete noiosamente: che ci volete fare, sono fatto così. Cioè, sono una carogna, un cinico, un figlio di buona donna e non voglio cambiare. Mi piaccio. Mi guardo allo specchio, mi pettino il ciuffo malandrino e mi piaccio tanto. Pazienza se qualcuno soffre, se la mia famiglia soffre, se il mio paese va a rotoli, se aggiungo fiele e merda alla vita. Io mi piaccio, son fatto così. Ecco, queste persone sono come gli animali, come i tafani e gli sciacalli, che non possono deviare dal loro destino. Sono parte comodissima del regno animale. Sono la nostra rovina. E’ ora di rialzare la testa dal truogolo, di grugnire meno. E’ ora di crescere, cambiare, agire bene. Basta spulciarsi ridendo nell’angolo dove nessuno ci vede, basta pisciare dove capita, basta sporcare la vita.

10 gennaio 2011

 

 

(Basta con la solita scusa: “Sono fatto così”: non siamo spettatori ubriachi di quel che ci accade, di Marco Lodoli)

e quasi orma non lascia.

“Così, dell’uomo ignara e dell’etadi

Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede:

E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.”

[La Ginestra, Giacomo Leopardi]

Rifiuto.
Un ricordo,

un’infanzia confezionata,

la bella carta da regalo,

le persone di porcellana.

Ricordo.
Un cicciobello che piange,

un costume dorato,

il dito nel whiskey.

Rinnego.
Le storie di mondi lontani,

dei loro abitanti fiabeschi.

Gli aneddoti e l’elogio di sé.

Recupero.
Le rughe di un uomo,

il valore del sudore,

l’ “homo faber fortunae suae”.

Rigetto.
L’arroganza,

l’ego smisurato,

il distacco dal vero.

Rimangono parole ardenti, lingue affilate, occhi persi, a tratti velati.
Ristagnano silenzi rassegnati, toni troppo tuonanti, consigli al vento.

 

quasi ormai non lascia