La gonna bianca

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Mi son seduta qui e ho morso una brioche alla crema.
Sembravo in attesa. Anzi, attendevo realmente qualcosa o qualcuno che non avrei saputo riconoscere e la mia attesa sarebbe rimasta inappagata.
Un passeggino attendeva di essere ninnato e il sonno quieto e facile dell’infanzia.
Un figlio attendeva il passo incerto della madre stanca e lei attende il sole, altrettanto incerto, di un agosto opaco, al suo finale.

In una gonna bianca inamidata, sotto la pelle ruvida di questo mattino, rimango composta su questa panchina zoppa, dal legno svogliato e verdastro.

Il nonno ha messo mano alla culla e, dondolando, consegna il suo bambino alle dolcezze del sonno.
Gli occhi bianchi della madre si socchiudono, violati da un raggio caldo e tenue, il figlio si abbandona come un bastone, dimentico della propria funzione.

E tacciono le mie dita, le labbra ormai da tempo. Dopo aver molto detto, dopo aver troppo detto rimangono due altalene mute, incatenate allo stesso ramo, eppure distanti.