Fai bei sogni

Fai-bei-sogni

Il palloncino è volato via.
L’ho rincorso per due brevi, intensissime, calde sere di fine febbraio. A naso in su, come per tendere un filo dal mento all’ombelico.
E ora lo guardo diventare un puntino lontano, rosso.
Mentre me ne sto così, le piante dei piedi ben radicate al suolo e le ciglia, gli occhi, i pensieri rivolti in alto, il filo teso, rileggo la dedica in prima pagina.

In fondo la mia vita è la storia dei tentativi che ho fatto di tenere i piedi a terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo.

Le stesse parole sono sfiorite sotto le loro dita, lei graffiando ogni pagina quasi una lotta contro il tempo; lui che del tempo non aveva paura, oppure la mascherava abilmente nel carnevale di tutti i giorni, specchiava se stesso in ogni goccia d’inchiostro.

Ed era così che vivevano, due frasi speculari in rilievo nel fondo pagina dello stesso libro.
La paura di sprecarsi, lui, e quella di stringere le dita dell’altro, lei.

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Mi hai guardata a lungo

I tuoi occhi sono tornati da un paese arbitrario
Dove nessuno ha mai saputo che cos’è uno sguardo
Né ha conosciuto la bellezza degli occhi quella delle pietre
La bellezza delle gocce d’acqua e delle perle in uno scrigno

Paul Eluard

"Ritratto di Dedie", Modigliani

“Ritratto di Dedie”, Modigliani

se solo sapessi dove andare

Anouk et son tricycle

Anouk et son tricycle

Anouk et son tricycle

Eppure ho a volte momenti di improvviso coraggio, e allora… se soltanto sapessi dove andare,

me ne andrei.

I dolori del giovane Werther, J. W. Goethe

Il mare cancella, di notte.

Ho messo via i cappotti e i pugni stretti nelle tasche sfondate.

Ho rispolverato certi pensieri che custodivo dietro a scaffali di parole, li ho sfogliati, richiusi e sistemati.

Altri li ho scagliati forte contro il muro, hanno perso delle pagine, quadrifogli secchi senza più fortuna.

Oggi ho portato qui i miei pugni chiusi, i libri strappati, i quadrifogli sgualciti.

Oggi, su questa spiaggia, ho lasciato che le onde mi riportassero te.

Ti ho dato tutto di me.

Ora prendi quello che mi resta di te.

Anna Bjerger

“Forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta ricucendo in quei due corpi che si mescolano.”
Oceano mare, Alessandro Baricco

Suppose it is meal.

Foto di Laura Makabresku

Foto di Laura Makabresku

Prendi uno spazio. Prendi pure gli estremi della tua mano.

Metti pure che puoi farci entrare il mio viso. Metti che

[quello spazio]

sia la tua coppa di vino che è voluttà e ingordigia. Metti che sia pane

e quel pane farina e acqua che sono terra e cielo.

E anche una spiga, più forte radicata a terra e più violentemente

svilita dal vento. Metti che

[quello spazio]

sia il gambo della mia rosa, il mio corpo di spine. Metti che sia il tuo viso

avvizzito e sfigurato.

Autoritratto di sangue.

Prendi queste spine, scavate dalla mia pelle alla tua. Metti che cadano

ai tuoi piedi, dentro questo bocciolo di pensieri.

Metti questo spazio che è la distanza dal mio neo all’incrocio delle labbra

che è la distanza delle tue dita sugli estremi delle mie labbra.

che è lo spazio

inesistente tra te e

me.

il cervello non è altro che le viscere del cuore

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, – un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo.

Io amo colui che vive per la conoscenza e vuole conoscere, affinché un giorno viva il superuomo. E così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che lavora e inventa, per costruire la casa al superuomo, e gli prepara la terra, l’animale e la pianta: giacché così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che ama la sua virtù: giacché virtù è volontà di tramontare e una freccia anelante. […]

Io amo colui l’anima del quale trabocca da fargli dimenticare se stesso, e tutte le cose sono dentro di lui: tutte le cose divengono così il suo tramonto. Io amo colui che è di spirito libero e di libero cuore: il suo cervello, in tal modo, non è altro che le viscere del cuore, ma il suo cuore lo spinge a tramontare. Io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, cadenti una a una dall’oscura nube incombente sugli uomini: essi preannunciano il fulmine e come messaggeri periscono. Ecco, io sono un messaggero del fulmine e una goccia greve cadente dalla nube: ma il fulmine si chiama superuomo. […]

 

PONTS SUSPENDUS Evento XIV al Site Transitoire di Jean-Paul Philippe

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http://www.jeanpaulphilippe.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=128&Itemid=13

Una mano grande così

“Tu, ascolta, tu… Lo sai di cos’hai bisogno?”

“Di cosa?”

“Hai bisogno di uno con una mano grande così” aveva sentenziato Leah, “e sai perché?”

“Perché?” Ora sarebbe arrivata la spiegazione.

“Uno che se ne sta con la mano alzata, forte, ferma, come la statua della Libertà ma senza quel cono gelato. Solo con la mano aperta, in alto, e allora tu…” Leah sollevò la sua mano squadrata, ruvida, con le unghie rosicchiate e la agitò, come fosse un uccellino in volo, “… tu, da lontano, da qualsiasi punto della terra, vedrai quella mano e saprai che lì potrai posarti e riposare. E’ vero o no?”

[Qualcuno con cui correre, David Grossman]

 

 

Ed era proprio una mano quella che si alzava verso un cielo di piombo, sopra mille capi e mille più pensieri che sbandavano avanti e indietro in questa boccia per pesci nel quale nuotiamo senza perché.

E se una forza minuta aveva fatto spiccare quella mano in aria, come un passerotto, una cieca gravità le crollava addosso come pioggia di sassi.

Eppure stava lì. Alta, tesa, aperta. Sopra a tutti, e soprattutto aperta. Spalancata.

Avresti potuto afferarla e non avrebbe perso la sua fermezza.

Avresti potuto anche combatterla, ti avrebbe resistito, tanto era ferma.

 

Non avrebbe dimenticato quell’immagine, quella mano.

La cerca ancora, nuotando per le vie di questa boccia per pesci.

"Qualcuno con cui correre", David Grossman

“Qualcuno con cui correre”, David Grossman

“Non c’è nulla di più animale della coscienza pulita”

Da bravo professore, mi piacerebbe di tanto in tanto proporre ai nostri lettori qualche poesia importante, che sappia concentrare in pochi versi un ragionamento complesso, difficile o forse impossibile da affrontare con strumenti puramente razionali. E vorrei cominciare con un componimento della Szymborska, grande poetessa polacca, premio Nobel per la letteratura nel 1996; il nome è astruso, ma le parole sono chiare ed entrano dritte per dritte nel cuore del problema che oggi affrontiamo: il gigantismo dell’io, questa ipertrofia patologica, questo narcisismo debordante, questo senso di irresponsabilità teatrale e totale per cui la colpa è sempre degli altri.
Bisogna ritornare a un sano sentimento di partecipazione alla vita, e dunque di responsabilità: se le cose vanno male è anche colpa mia, se le cose vanno bene è anche merito mio. Non siamo spettatori ubriachi, non possiamo solo suonare le trombette dell’indifferenza, fingere che noi non c’entriamo niente, che eravamo qui per caso, governo ladro, mondo boia, vita infame. Allora, la poesia di Wislawa Szymborrska ha un titolo scandaloso: `Lode della cattiva considerazione di sé`. Forse non bisogna eccedere nel delirio di indegnità, nei castranti sensi di colpa, ma l’adultità ci chiama, non dobbiamo rimanere – come questo tempo vorrebbe – dei ragazzetti spensierati che fischiettano sul bordo dell’abisso. Leggiamo queste parole taglienti:

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.

Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.

I piranha non dubitano della bontà delle loro azioni.

Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.
Uno sciacallo autocritico non esiste.

La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano

Vivono come vivono e ne sono contenti.
Il cuore dell’orca pesa cento chili

Ma sotto un altro aspetto è leggero.
Non c’è nulla di più animale

Della coscienza pulita

Sul terzo pianeta del Sole.
Ecco la riflessione in versi da cui ripartire, senza accampare scuse, senza far finta di niente. Non sopporto più chi ripete noiosamente: che ci volete fare, sono fatto così. Cioè, sono una carogna, un cinico, un figlio di buona donna e non voglio cambiare. Mi piaccio. Mi guardo allo specchio, mi pettino il ciuffo malandrino e mi piaccio tanto. Pazienza se qualcuno soffre, se la mia famiglia soffre, se il mio paese va a rotoli, se aggiungo fiele e merda alla vita. Io mi piaccio, son fatto così. Ecco, queste persone sono come gli animali, come i tafani e gli sciacalli, che non possono deviare dal loro destino. Sono parte comodissima del regno animale. Sono la nostra rovina. E’ ora di rialzare la testa dal truogolo, di grugnire meno. E’ ora di crescere, cambiare, agire bene. Basta spulciarsi ridendo nell’angolo dove nessuno ci vede, basta pisciare dove capita, basta sporcare la vita.

10 gennaio 2011

 

 

(Basta con la solita scusa: “Sono fatto così”: non siamo spettatori ubriachi di quel che ci accade, di Marco Lodoli)

e quasi orma non lascia.

“Così, dell’uomo ignara e dell’etadi

Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede:

E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.”

[La Ginestra, Giacomo Leopardi]

Rifiuto.
Un ricordo,

un’infanzia confezionata,

la bella carta da regalo,

le persone di porcellana.

Ricordo.
Un cicciobello che piange,

un costume dorato,

il dito nel whiskey.

Rinnego.
Le storie di mondi lontani,

dei loro abitanti fiabeschi.

Gli aneddoti e l’elogio di sé.

Recupero.
Le rughe di un uomo,

il valore del sudore,

l’ “homo faber fortunae suae”.

Rigetto.
L’arroganza,

l’ego smisurato,

il distacco dal vero.

Rimangono parole ardenti, lingue affilate, occhi persi, a tratti velati.
Ristagnano silenzi rassegnati, toni troppo tuonanti, consigli al vento.

 

quasi ormai non lascia

L’importante è finire.

Foto di Claudio Torrini

Foto di Claudio Torrini

 

Ho iniziato a dimenticare migliaia di fotografie scattate,

Ho iniziato a dimenticare centinaia di volti ed i loro nomi,

Ho iniziato a dimenticare decine di libri,

Ho iniziato a dimenticare un amore.

Quando il viandante canta nell’oscurità migliora il suo umore ma di certo non trova la strada.

Un colpo di costole

per non dover pensare al cuore

rigonfio di tutta la luce

della tua torcia.

Walter Valentini

fame di cose primordiali

io e te siamo esangui

 

Io e te siamo esangui,

senza voglia di finire questo incantesimo.

Incolori e indomiti, siamo soli

nel limbo del nostro piacere

perché io e te

siamo pieni di amore carnale,

io e te.

 

L’altra verità. Diario di una diversa, Alda Merini

Sete di perfezione

La soif d’absolu – Thirst for perfection
Gilbert Garcin

 

A un certo punto una di quelle porte si aprì. Io per un attimo ebbi l’assoluta certezza che lei sarebbe uscita da li, e mi sarebbe passata accanto, senza dire una parola.
L’uomo scosse leggermente il capo.
Però non accadde nulla, perché alla vita manca sempre qualcosa per essere perfetta.

 

Senza sangue, A. Baricco