Le parole di bocca

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Tenevo i miei occhi fissi nei tuoi, catturati, e nella mia bocca stringevo parole d’amore. 
Ma tu mi hai baciata e quelle parole non pronunciate adesso ti appartengono.
Adesso il mio amore ti appartiene.

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Anniversario

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Lei sfioriva nella sua camicetta di seta profumata, mantenendo la golosità infantile di immergere il dito nella panna.
Lui si nascondeva ancora dietro una cravatta blu, troppo elegante e gualcita da manager in pensione.
Si osservavano nell’autunno delle proprie vite, l’una abbandonandosi al vento come foglia secca, l’altro sfidando il tempo e le sue intemperie, senza, ormai, troppa convinzione.

Non c’è più molto da rimediare, di frasi da ripetere, di scuse da recitare o silenzi da colmare. Non rimane molto da guardare, un corpo esile eppure così pesante sotto gli occhi tristi, velati dagli anni e dal troppo aspettare. Non restano storie da ascoltare, se non quelle che ormai, che tu lo voglia o meno, sono cresciute con te, bagaglio della tua memoria, insegnamenti che ora non accetti, e forse mai lo farai.

Il silenzio delle troppe cose dette con arroganza, delle troppe poche con affetto. Il silenzio resta, e resterà.

La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire.

La gonna bianca

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Mi son seduta qui e ho morso una brioche alla crema.
Sembravo in attesa. Anzi, attendevo realmente qualcosa o qualcuno che non avrei saputo riconoscere e la mia attesa sarebbe rimasta inappagata.
Un passeggino attendeva di essere ninnato e il sonno quieto e facile dell’infanzia.
Un figlio attendeva il passo incerto della madre stanca e lei attende il sole, altrettanto incerto, di un agosto opaco, al suo finale.

In una gonna bianca inamidata, sotto la pelle ruvida di questo mattino, rimango composta su questa panchina zoppa, dal legno svogliato e verdastro.

Il nonno ha messo mano alla culla e, dondolando, consegna il suo bambino alle dolcezze del sonno.
Gli occhi bianchi della madre si socchiudono, violati da un raggio caldo e tenue, il figlio si abbandona come un bastone, dimentico della propria funzione.

E tacciono le mie dita, le labbra ormai da tempo. Dopo aver molto detto, dopo aver troppo detto rimangono due altalene mute, incatenate allo stesso ramo, eppure distanti.

Nelle tue mani

 

«Un giovane baldanzoso voleva prendersi gioco di uno sciocco contadino. Prese un passero e lo teneva chiuso nelle mani. Andò dal contadino e gli disse: “l’uccellino è vivo o morto?”.
Chiunque avrebbe risposto: “vivo” oppure “morto”.
Il contadino lo guardò e rispose: “dipende solo da te: se dirò vivo, tu lo schiaccerai con le mani uccidendolo; se dirò morto tu aprirai le mani facendolo volare via.”»

È tutto nelle tue mani.

Un girotondo d’anime

C’è che si rimane a guardarsi.

Come se non ci fosse poi tanto da vivere. E’ passato un anno. Un anno apparentemente di sconfitte. E forse neanche tanto apparentemente.

Un anno perso. Un anno di girotondi e capriole. Si rimane con la testa ovattata, un po’ rintontiti. Ma si rimane.

Non ho perso nulla, sto ancora cercando me.

 

a riveder le stelle.

Scrivo due righe per fermare su carta le emozioni di questi otto giorni.

Come se inciso qui sopra niente potesse sbiadirsi, niente potesse essere dimenticato. Ma molto più di queste mie parole nei ricordi di ognuno di noi rimarranno le nostre risate, i piccoli scontri per l’arbitraggio, gli abbracci dopo la vittoria e lo spirito di rivalsa dopo le sconfitte.

Non lascerò andare i vostri sguardi assonnati la mattina, la vostra fame di vita (e non solo!), i vostri momenti di paura, gli occhi umidi di lacrime.

Sono partita per questo campeggio con le mille domande, lo smarrimento e il timore di mettermi in gioco che a volte assalgono una ventenne. Voi siete partiti col cuore aperto, con le aspettative più alte che potessero esserci; siete partiti con la leggerezza della vostra età.

Vi ho riscoperto come piume per uno stesso paio di ali. Nella vostra leggerezza avete risollevato tutti noi animatori. Ci avete donato una nuova serenità, quella che troppo spesso, crescendo, si rischia di lasciare per strada.

“Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. E’ davvero così. In ognuno di voi abbiamo visto l’angolo di cielo che tutti portano nel cuore e che ci rende simili ad angeli. Il vivere insieme questa settimana ha creato una famiglia allargata, un sentimento che difficilmente sbiadirà. Ogni volta che vi guarderò nelle mille e mille foto  o a giocare al parco, ogni volta che uno di voi sentirà ancora la voglia di avvicinarsi a noi animatori “vecchietti” ci permetterà di aprire un po’ di più le ali e lasciare che il cuore si alleggerisca delle preoccupazioni e delle paure.

Vi saluto ricordando una frase di uno di voi. “Guarda il cielo, ora ci sono più stelle di prima.” Probabilmente chi l’ha pronunciata non se la ricorderà neppure, ma per me è stato il significato di questa esperienza con voi. Non rimanete mai con lo sguardo fisso a terra, puntate al cielo. Oggi è nuvoloso, ma verrà un giorno dove ci saranno più stelle di prima.

Grazie a ognuno di voi.

Dipende da te.

 

Un uomo, intenditore di arte moderna, si trovava un giorno a visitare una mostra.
Un quadro catturò particolarmente la sua attenzione.
Raffigurava un cuore. Un cuore con una porta all’interno.
Soggetto banale, indubbiamente. Si fermò ad osservarlo turbato da un piccolo particolare che non riusciva a comprendere.

Rimase a lungo davanti all’opera: un cuore e una porta. La porta del cuore.
Non riuscendo a penetrare a fondo il significato di quel quadro, l’uomo fece in modo di incontrare l’autore.
Una volta trovato chiese all’uomo perché la porta bella e massiccia che spiccava al centro del cuore non avesse la maniglia.

L’artista lo guardò.

“Si ricordi: la porta del cuore ha la serratura dall’interno. Gli altri possono bussare ma siamo noi a decidere a chi aprire.”

scorze di uomini

E’ che l’amore è una parola strana:
Vola troppo.

Andrebbe sostituita. ‘L’amore’…
Non sarebbe meglio chiamarlo…..’La cosa’?
Potrebbe diventare più concreto, più duraturo.
All’inizio lei…io l’amavo.
Sì, voglio dire avere quegli attimiintensissimi,
che sembra lascino dei segni profondi, importanti.
Ma ‘La cosa’ non è questo.
O meglio, non è solo questo.
‘La cosa’ è trasformazione, percorso, crescita insieme…
E’ un patto di sangue stipulato tra due persone e forse,
prima ancora, dal destino.
‘La cosa’?…è l’amore.
No, è un’altra qualità dell’amore.
Una qualità che non rimpiange gli attimi perché diventa la vita.
Non so se avrò mai la fortuna di farlo, questo patto di sangue.
Forse ci vorrebbe un uomo.
Cento volte ho provato a cambiare.
A ricominciare da capo. A reincarnarmi.
Ma mi sono sempre reincarnato…senza di me.
Ecco, senza avere avuto una realtà, io passo evanescente
tra i sogni di alcune donne che non hanno avuto la possibilità di completarmi.
Ci sarà senz’altro il modo di fare….’La cosa’!
Altrimenti il nostro destino è quello di essere delle scorze di uomini…
Sì, degli involucri…mai delle persone.
Magari dei personaggi….personaggi affascinanti, simpatici anche….mai persone.
Ma se è così…l’amore non sarà mai….’materia’, ‘terra’, ‘cosa’……
Sarà sempre una parola che vola….
Una farfalla che ti si posa un attimo sulla testa…..
E ti rende tanto più ridicolo quanto maggiore è la sua bellezza…

Pettinami i nodi nello stomaco fino a farli scomparire

“Ti resto a guardare
nel pieno di un giorno,
con il sole nel centro,
ti osservo per ore.

Ai tuoi modi di fare
non sembra che importi
il colore del vetro
e l’inganno che hai dentro

Al tuo cuore di pietra
non sembra che importi
il muro che ho dentro
e l’incanto che hai spento

Ti osserverò per ore e ti resterò a guardare.

E all’improvviso incroci il mio sguardo
e fissi un istante, quello che sarà per sempre
il tuo candido premio.

Ti osserverò per ore e ti resterò a guardare 
Ti osserverò per ore 
così come si osserva il mare.” 

Il colore del vetro,

Il Disordine delle Cose

Camminare è la regola

Non è importante la strada che abbiamo scelto. L’importante è camminare. Camminare è la regola.

”Dobbiamo abituarci all’idea: ai più importanti bivi della vita, non c’è segnaletica.” (James Dean)

Abbiamo vissuto uno di fianco all’altro tutta la giovinezza, ti hanno dato compiti e scadenze per metà della tua esistenza, era consigliabile non sgarrrare, tirare dritti. Tirare avanti. Era ammesso di tanto in tanto sbandare, ma l’andare fuori corsia non era possibile, avevano posto materassi per attutire i colpi. Un circuito di gomma piuma, insomma.

Ora è un flipper.

Uscito a gran velocità dalla corsia di lancio. La spinta che avevi accumulato sono aspettative, speranze, progetti, curiosità, sfide. Le hai costruite pazientemente nel lungo e diritto cammino. Pallina impazzita, bombardata.

“Perché a vent’ anni è tutto ancora intero, perché a vent’ anni è tutto chi lo sa.” (Francesco Guccini)

E’ il tempo di scegliere. E’ il periodo di costruirti, di mettere un mattone sull’altro. E’ un periodo ipotetico.

Non è importante l’altezza. L’importante è che la struttura sia solida. Dovrà contenere il coraggio e la paura, le vittorie e le delusioni, le certezze e le mancanze. L’importante è che la struttura sia solida, non rigida. Dovrà adattarsi ai cambiamenti, cambiare spesso umore, cambiare spesso idea. Piegarsi man mano che ti avvicini al cielo, man mano che ne riempi le forme. L’importante è la struttura. Non potrai rinnegarla, ci saranno aggiustamenti in corso d’opera, ci saranno deviazioni ma non sarà permessa la sua rovina. Non una pallina cadrà dalla sua sommità, saranno bolle di sapone. Solo verso l’alto.

Non accaparratevi la terra, amici! Non costruite in estensione. In metri quadri misureranno il vostro appartamento per apporvi una tassa. Conquistatevi il cielo! Come alberi: radici radicate a terra e rami aperti verso il cielo. E’ la struttura che conta.

“Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali!” (Grancesco Guccini)

“and taught her young
The only thing she’s need to carry on”

tener su la vita con un paio di bretelle

Foto di Serena Remondini

“Come stai?”
È la frase d’esordio nel mondo che ho intorno
Tutto bene, ho una casa
E sto lavorando ogni giorno

Che cosa vuoi che dica? Di cosa vuoi che parli?
E’ il mutuo il pensiero peggiore del mondo che ho intorno
Tasso fisso, con l’euribor c’è chi sta impazzendo da un anno
Che cosa vuoi che scriva? Di cosa vuoi che canti?

Naaaa-na-na-na
Di com’è facile andare quando non sai guidare
Naaaa-na-na-na
Di com’è triste il Natale senza mio padre

Il calcio è la sola religione del mondo che ho intorno
Una pizza, una birra e poi andremo a ballare giù al mare
Che cosa vuoi che dica? Di cosa vuoi che parli?

Naaaa-na-na-na
Di com’è grande il mare quando non sai nuotare
Naaaa-na-na-na
Di come navigare al rallentatore

Forse dentro me cambiano le cose
Forse dentro me cambiano le cose
Dentro al mio giardino nascono le rose

Come stai,

Brunori sas

NON VENERATE LA DIETA DUKAN

“Ho deciso di scriverle perché, qualche volta, bisogna avere il coraggio di raccontare la propria esperienza per poter aprire gli occhi.
Ho 19 anni e, da circa 5 anni soffro di bulimia: alterno giorni di digiuno a giorni di abbuffate violente che mi uccidono con i sensi di colpa; e questo perchè? Perchè non so farmi accettare. Ricordo benissimo che, sin dalle scuole elementari, con le altre bambine ci confrontavamo e io ero sempre più grassottella, più grossa e più alta: fino alle scuole superiori in cui tutto è andato peggiorando, il senso di inadeguatezza era così radicato in me che, spesso, non volevo nemmeno uscire di casa perchè mi vergognavo del mio fisico. A 16 anni ho avuto il mio rapporto sessuale con un ragazzo che, nel pieno dell’intimità mi definì una “balena”: e da lì sono caduta in picchiata verso la depressione, non mangiare o abbuffarmi, mangiare e correre per 15 km. Insomma, posso dire che da allora è iniziato l’incubo che, tuttora mi porto dietro, come un macigno. Per molto tempo ho creduto che fosse un problema mio, qualcosa che dovevo risolvere con me stessa; ma poi ho capito. Perchè, spesso, per capire bisogna imparare ad osservare.
Se proviamo a guardare la tv per più di mezz’ora, è allarmante la quantità di riferimenti al “devi essere magra” che ti arrivano: programmi di cucina? Si ma presentati da donne magrissime (fatta eccezione per la Clerici che, i giornali stessi definiscono “simpatica” e mai “bella”). E ovviamente ai programmi tv seguono le pubblicità che lanciano la temutissima prova costume che, oltre a diete massacranti, può essere sconfitta con pillole “miracolose”: il risultato? Un aumento spropositato, come dimostra un report del Sole24Ore di pochi mesi fa, di ragazze che soffrono di disturbi alimentari. E quale è stata la risposta della società al problema? Nessuna, anzi una venerazione dei media per la dieta Dukan, dieta bandita dai dietologi italiani ma osannata, talvolta anche dai politici, per gli effetti miracolosi e immediati che dà.
Allora, sa che succede? Che io non ci sto più. Sono stanca di una società che vuole tutto e subito, sono stanca di messaggi sbagliati che vengono proprio da chi dovrebbe essere un esempio per noi: ma soprattutto sono stanca del silenzio assordante che si tiene su questo argomento che è, prima di tutto politico.
Vogliamo cambiare la condizione dei giovani nel nostro Paese? Allora partiamo da ricreare una giusta percezione della realtà. Tutti ambiamo a migliorarci, tuttavia dobbiamo ambire a modelli reali affinchè le ragazze oggi e le ragazze domani non diventino, ingiustamente, vittime di una società che le ha dimenticate.
La ringrazio dell’attenzione, certa che saprà cogliere in pieno il senso del mio messaggio disperato”.

Valeria Donato

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2012/06/28/non-venerate-la-dieta-dukan/