Una malinconia dal mare

skyline

 

A un anno di distanza ti penso spesso, come una donna innamorata pensa al suo amore perduto. E ogni volta che ti penso ti sento un po’ più mia. E in una piccola, piccolissima parte lo sei stata, nell’orizzonte frastagliato dei tuoi minareti, nelle acqua placide del Bosforo: ogni volta che ne parlo ne vedo i contorni, ne sento il fruscio. Sei stata per me madre permissiva e tenace, amante docile e sfrontato. Sei stata compagna e solitudine, coraggio e rassegnazione, ozio e riflessione. Non mi rammarico dei giorni che ho perduto pensandoti troppo sfacciata, menefreghista e ammaliatrice. Mi rallegro di ciò che mi hai dato, perché in fondo, nulla mi hai tolto, ma solo insegnato. Oggi che giaci in ginocchio e ferita sento di doverti le mie scuse e la mia vicinanza con la gratitudine di un figlio cresciuto che abbraccia sua madre.

Non piangere Istanbul, non piangere più.

 

Istanbul non porta la tristezza come “una malattia temporanea”, oppure “un dolore di cui liberarsi”, ma come una scelta.

Orhan Pamuk, Istanbul

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Gèttati qui.

Caspar David Friedrich , Il naufragio della Speranza

Caspar David Friedrich , Il naufragio della Speranza

E l’uomo perse di colpo il timone della vita, la rotta della speranza.

E i ghiacci inghiottirono le vele candide, gli animi fervidi, le carte sudate.

E quel cielo s’affaccia plumbeo e innocuo sul nostro naufragio quotidiano, àncore ritratte e gettate nelle acque docili del porto.

Non chiederti cos’è quello spillo alla foce degli occhi che punge e ricama un dolore leggero alla fine di un giorno di Scirocco e navi in porto. Quasi che la sua àncora sia rimasta aggrappata al tuo cuore di pietra tagliente fino al giorno in cui qualcuno deciderà di salpare, di richiamare l’àncora a sé fino a graffiarti via la salsedine.
In piedi sulla scogliera sono rimasta, come il faro, a guardare le navi sorgere ed eclissarsi, anni salpare e sparire all’orizzonte. Ma la lanterna è in frantumi, nessuna luce saprà riconoscere i marosi della tempesta dalla calma piatta del porto.

Gèttati qui, gèttati qui anche se l’acqua è profonda e poco limpida.

Raccogli le tue forze e i miei frantumi, riconducimi al porto.

Claudio Parmiggiani, Porto

Claudio Parmiggiani, Porto

Non chiederti cos’è quello spillo alla foce degli occhi che punge e ricama un dolore leggero alla fine di un giorno di Scirocco e navi in porto. Quasi che la sua àncora sia rimasta aggrappata al tuo cuore di pietra tagliente fino al giorno in cui qualcuno deciderà di salpare, di richiamare l’ancora a sé fino a graffiarti via la salsedine.
In piedi sulla scogliera sono rimasta, come un faro a guardare le navi partire e tornare, anni salpare e sparire all’orizzonte. Ma la lanterna è in frantumi, nessuna luce saprà riconoscere i marosi della tempesta dalla calma piatta del porto.

un vento odoroso

Rapolano, il giovedì, indossa la sua veste migliore per coprirsi dal vento insistente che ti insidia i bottoni del cappotto. Rapolano alza il bavero, si annoda la sciarpa al collo e scende in strada, perdendosi tra i suoi passanti, nelle sue stesse vie, tra le sue modeste bancarelle.

L’anziano S. collauda la nuova montatura bifocale sulla tastiera del POS tenendo una conferenza semispecialistica sul proprio intervento di  facoemulsificazione per liberarsi di quella dannata cataratta.

Una signora dell’est ispeziona e palpeggia lana merino rossa srotolandomi matasse di “trucchetti” per una sciarpa a treccia infinita.

Gli abbonati ai tavolini instabili del bar alzano i toni e le braccia all’ennesimo bongioco e qualcuno si accosta a osservarli, come nello schermo cinematografico di una commedia all’italiana. Qualcuno come me.

A Rapolano che sia Quaresima o Carnevale c’è un vento caldo, odoroso di frittura e straordinariamente dolce sulle labbra: a Rapolano ci sono le frittelle a ricordarci che il cuore è goloso di calore e zucchero.

Rapolano Terme

Dormiente

Constantin Brâncuși

Constantin Brâncuși

Notte coi sogni sotto il cuscino. Soffocati.

Ché per dormire bene, ché per sognare bene servono occhi attenti,
un bacio tra i tuoi denti,
la promessa che non menti.

occhi pieni, occhi vuoti

Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani

Se non fossero così pochi i gradi ghiacciati sui parabrezza,
una sambuca con ghiaccio uscirei ad offrirtela.

Se non farneticassero queste luci natalizie,
un film da vedere al buio lo noleggerei.

Se non avessi avuto quel pranzo che era quasi un po’ cena,
un piatto caldo di lavastoviglie te lo cucinerei.

Se non fosse per la gatta che dorme sul cuscino,
un divano giallo e comodo per parlare stanotte ce lo avrei.

Se non fosse domenica, se non fosse quasi il Natale dei panettoni e delle persone sullo stomaco, se non fosse questa presunta santità incartata di rosso e oro, se non fosse per la mia pigra solitudine,

allora, forse, ti amerei.

nella città puoi passare attraverso le pareti

nella città puoi parlare ai vetri

 nella città puoi far finta di essere senza cuore

nella città ti mostrano i denti con grandi sorrisi

tu mi avvisi

quando si può uscire”

Il rossetto

Lipstick, Frantisek Kupka

Lipstick, Frantisek Kupka

E passi il rossetto su quel carattere freddo che hai.

Dipingi su tela le tue labbra rosse

e pare che anche il cuore

rafforzi il suo eco.

La mia finestra murata

Finestra murata

 

Mi hai chiusa dentro o fuori?

 

L’aria manca, qui.

La luce comincia a morire.

I mattoni  intorno al tuo cuore,

al tuo pensiero,

ai tuoi occhi

hanno lasciato questo posto inospitale.

Mi affaccio a questa finestra murata

senza nulla da guardare

né tu

né io.

 

Mi affaccio a questa finestra murata:

mi hai chiusa fuori o dentro?

 

 

Alle stazioni senza fermata, ai viaggiatori senza bagaglio a mano, ai ceppi senza più chiome.

Agli inverni e i biglietti scaduti, al vento forte e i cappotti bagnati, al giornale di ieri e i ritardi.

Alla voce registrata e i volti dietro le sciarpe, a quello che non vedo.

Alla mia finestra murata.

Monumento

Un gomitolo di scapole

e vertebre

e capelli castani.

Si srotola in un inerpicarsi di grano

e nebbia

e vestiti leggeri.

Abbracciata a un pugno di ossa,

spogliata di tutti i ritagli.

Monumento alla memoria di sé.

Quattro costole 

pugnalate nel fianco,

tre nodi di spina dorsale.

E un solo, pesante,

capo ricurvo.

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

La dipendenza

Createvi una dipendenza e vivete così.

Che sia la nuova serie americana, l’uomo che non avrete mai o le slot del bar sotto casa.

Lasciatevi pervadere da quel senso di pienezza che ne consegue.

Lasciatevi scorrere via dalle dita la corrente del mondo mentre abbandonate ogni idea di mondo.

Disperatevi allora.

Piangete le notti e poltrite di giorno.

"Morte e vita", Gustav Klimt

“Morte e vita”, Gustav Klimt

Carne da accarezzare

villa gallipoli

 

Alcuni temporali

passano silenziosi,

ristagnano qui,

lividi e ingordi.

Portano via i bambini dal bagnasciuga

e adesso,

sono già altrove.

Alcuni temporali

passano così,

mentre corri a cercare riparo.

Passano così,

senza sciacquare la salsedine dalle spalle,

la sabbia dalle ginocchia.

Temporali che sfilano muti

senza neppure sfiorare l’asfalto.

Il mare cancella, di notte.

Ho messo via i cappotti e i pugni stretti nelle tasche sfondate.

Ho rispolverato certi pensieri che custodivo dietro a scaffali di parole, li ho sfogliati, richiusi e sistemati.

Altri li ho scagliati forte contro il muro, hanno perso delle pagine, quadrifogli secchi senza più fortuna.

Oggi ho portato qui i miei pugni chiusi, i libri strappati, i quadrifogli sgualciti.

Oggi, su questa spiaggia, ho lasciato che le onde mi riportassero te.

Ti ho dato tutto di me.

Ora prendi quello che mi resta di te.

Anna Bjerger

“Forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta ricucendo in quei due corpi che si mescolano.”
Oceano mare, Alessandro Baricco

Suppose it is meal.

Foto di Laura Makabresku

Foto di Laura Makabresku

Prendi uno spazio. Prendi pure gli estremi della tua mano.

Metti pure che puoi farci entrare il mio viso. Metti che

[quello spazio]

sia la tua coppa di vino che è voluttà e ingordigia. Metti che sia pane

e quel pane farina e acqua che sono terra e cielo.

E anche una spiga, più forte radicata a terra e più violentemente

svilita dal vento. Metti che

[quello spazio]

sia il gambo della mia rosa, il mio corpo di spine. Metti che sia il tuo viso

avvizzito e sfigurato.

Autoritratto di sangue.

Prendi queste spine, scavate dalla mia pelle alla tua. Metti che cadano

ai tuoi piedi, dentro questo bocciolo di pensieri.

Metti questo spazio che è la distanza dal mio neo all’incrocio delle labbra

che è la distanza delle tue dita sugli estremi delle mie labbra.

che è lo spazio

inesistente tra te e

me.