Il mare cancella, di notte.

Ho messo via i cappotti e i pugni stretti nelle tasche sfondate.

Ho rispolverato certi pensieri che custodivo dietro a scaffali di parole, li ho sfogliati, richiusi e sistemati.

Altri li ho scagliati forte contro il muro, hanno perso delle pagine, quadrifogli secchi senza più fortuna.

Oggi ho portato qui i miei pugni chiusi, i libri strappati, i quadrifogli sgualciti.

Oggi, su questa spiaggia, ho lasciato che le onde mi riportassero te.

Ti ho dato tutto di me.

Ora prendi quello che mi resta di te.

Anna Bjerger

“Forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta ricucendo in quei due corpi che si mescolano.”
Oceano mare, Alessandro Baricco

Sete di perfezione

La soif d’absolu – Thirst for perfection
Gilbert Garcin

 

A un certo punto una di quelle porte si aprì. Io per un attimo ebbi l’assoluta certezza che lei sarebbe uscita da li, e mi sarebbe passata accanto, senza dire una parola.
L’uomo scosse leggermente il capo.
Però non accadde nulla, perché alla vita manca sempre qualcosa per essere perfetta.

 

Senza sangue, A. Baricco

E quale sarebbe la direzione?

But shine,shine,shine today that i’m ok
shine,shine,shine tonight ain’t got no fright.

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti a sé.

Camminando separatamente su l’una o sull’altra due persone avrebbero potuto scegliere di essere eternamente vicine e esponenzialmente distanti. Senza una destinazione.

Ma i treni hanno una destinazione. “Se un treno non ha una città in cui arrivare è un treno che non ha senso“. E un giorno salì sul treno con quella incrollabile certezza: sapere dove andare. Come se il desino le avesse fissato un appuntamento proprio là, al capolinea. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto.

Si sedette volutamente contraria al senso di marcia. Volutamente, ostinatamente contraria. Vide il mondo abbandonarla. Lo vide allontanarsi nei cartelli delle stazioni, negli alberi già precocemente tinti di rosso per l’estate arida, avara di piogge.

In fondo quel treno non era altro che una biglia di lamiere schizzata da una stazione.

Da una stazione ad un’altra.

Duecento chilometri più in là.

Osservando terra e cielo correre via da lei sentì che quel movimento del mondo le apparteneva da sempre. La mente rivolta al passato, lo sguardo si fermava su un istante che da presente scivolava nel passato e lei ferma. Ferma lì. Senza curarsi delle immagini successive, incondizionatamente assorta in quel mai più che era già scorso via per sempre. Ma lei lo teneva agganciato. Con gli occhi. Ferma lì. Agganciava il tempo come agganciava le persone. E qualora queste talvolta continuassero su un binario diverso dal suo, lei si bloccava a guardarle. Ferma lì a scongiurarle con gli occhi di non uscire dalla propria vita.

E il tramonto esce dalla sua visuale.

Scompare a sinistra del suo finestrino.

Scompare sotto l’orizzonte.

Alla stazione non incontrò nessuno. Tanto meno il proprio destino. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto. Nessuno scrutò il suo volto. E lei fece altrettanto.

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti a sé.

Si sedette volutamente favorevole al senso di marcia. Volutamente, ostinatamente favorevole. Vide il mondo venirle incontro. Lo vide accostarsi nei cartelli delle stazioni, negli alberi già precocemente tinti di rosso per l’estate arida, avara di piogge. Fece posto sul sedile accanto al suo. Si sedette un uomo. Aveva le braccia conserte e gli occhi fissi sul suo volto.

[S.]

Foto di Davide Polato

Foto di Davide Polato

La traiettoria di un proiettile è rettilinea e il treno è un proiettile sparato nell’aria. Sa, è molto bella l’immagine di un proiettile in corsa: è la metafora esatta del destino. Il proiettile corre e non sa se ammazzerà qualcuno o finirà nel nulla, ma intanto corre e nella sua corsa è già scritto se finirà a spappolare il cuore di un uomo o a scheggiare un muro qualunque. Lo vede il destino? Tutto è già scritto eppure niente si può leggere. I treni sono proiettili e sono anche loro esatte metafore del destino: molto più belle e molto più grandi. 

Castelli di  rabbia, A. Baricco

Sono leggere dentro. Dentro.

C’è un attimo di silenzio nella testa delle donne. Un attimo di silenzio posto fra i mille pensieri che passan loro nella testa mentre si preparano e i i tanti volti e le tante voci che incontreranno quando usciranno di casa. In quell’attimo, sono ancora più belle.

C’erano cocci ovunque, e tagliavano come lame.

Kelly Monson.

“[…] I like to discuss the consequences people suffer when they attempt to contain their emotions –

violent bursts of energy, manifested physically as a sort of metaphor.”

cosi’ fu quell’amore
dal mancato finale
cosi’ splendido e vero
da potervi ingannare.

Dolcenera,

Fabrizio De Andrè