È una notte come tutte le altre notti

Gilbert Garcin

Fermò la pellicola su una diapositiva del tutto insignificante e scattò seduta sul divano.
Si scoprì bellissima. Alle dieci e un quarto di uno stupido e vuoto sabato sera. Non voleva trucco, non voleva abiti appariscenti. Voleva essere bella per se stessa. E uscì accostando la porta, evitando le vie affollate del suo paese, evitando gli sguardi. Custodiva gelosa la sua bellezza. Il passo era svelto, camminava leggera e rapida come se qualcuno la attendesse. Non seguiva una strada per più di dieci passi, svoltava, di nuovo. Cercava musica. e guardava le stelle, eccome se le guardava. Era una sfida a chi cedeva prima. Ostinata e superba, voleva ogni stella per sé. E nessun desiderio mai le aveva percorso la mente. Sapeva che era una speranza stupida, infondata, puerile. Come fidarsi di una stella? Se ne sta li, orgogliosa di osservarti per l’eternità con quel luccichio beffardo e un bel giorno la cerchi e si stacca. Così, senza reti di salvataggio, senza accortezza, senza rispetto. Precipita e scompare.
Si sedette. Era il posto del suo cuore. Ogni volta rivedeva quel palloncino verde appeso tra i rami e le scappava una smorfia sul viso. Un sorriso, un rimpianto, un ghigno.

Era ormai tardi. La musica che l’aveva condotta lì rimbombava ancora sguaiata contro le case basse. Le arrivava il suo suono da almeno tre angolazioni. Da destra, direttamente dalla fonte, da sinistra e di fronte. E da sinistra la guidava il vento. Era seduta sul posto del suo cuore. E c’era il vento. Avrebbe potuto diventare un momento perfetto.
Si gustò a lungo i brividi sulle spalle e sulla schiena, accarezzando la pelle irta e granulosa. Poi indossò un pullover.
Il vento poteva sfogarsi solamente contro i suoi capelli, adesso. E non tardò ad imperversare.
La musica venne interrotta da una marcia nuziale e un fastidioso coretto “Bacio!Bacio!Bacio!”: non sarebbe più stato un momento perfetto. Ma non ci badò. Si congratulò mentalmente con gli sposini e tornò a guardare l’acqua. A dire il vero non vedeva l’acqua, a meno che questa non fosse nera come petrolio. Ma sapeva che c’era. Si fissò a osservare qualcosa che non vedeva, si fermò ad osservare qualcosa che vedeva solo nella sua mente. Guardare la realtà da una sola angolazione ma conoscerne tutte le altre. Concetto dibattuto, in arte, in filosofia. Lei aveva risolto quella diatriba nella maniera più banale che potesse esistere. L’acqua c’era, che ci fosse o meno un velo di Maya a ingannarla non le interessava. I capelli scomposti le impedivano di concentrarsi e così i suoi pensieri si mescolarono alla filosofia e a “Sweet Home Alabama”.

Ma le stelle, beh quelle erano lì. Era innegabile, chiunque l’avrebbe affermato. E lei vi si aggrappò. Scordandosi che non c’è da fidarsi di una stella. Di una stella cadente.

Ma come ogni donna scelse di riporre sogni di ferro in cassetti di cartone.

“E’ ora che te ne vai e ti lascio in quelle notti al buio ad aspettare
con le ginocchia in bocca in quel silenzio ingordo
finchè non avrai toccato il fondo è un valzer sottovoce e tornerà la luce.”

Un giorno disumano,

Gianna Nannini

Dipende da te.

 

Un uomo, intenditore di arte moderna, si trovava un giorno a visitare una mostra.
Un quadro catturò particolarmente la sua attenzione.
Raffigurava un cuore. Un cuore con una porta all’interno.
Soggetto banale, indubbiamente. Si fermò ad osservarlo turbato da un piccolo particolare che non riusciva a comprendere.

Rimase a lungo davanti all’opera: un cuore e una porta. La porta del cuore.
Non riuscendo a penetrare a fondo il significato di quel quadro, l’uomo fece in modo di incontrare l’autore.
Una volta trovato chiese all’uomo perché la porta bella e massiccia che spiccava al centro del cuore non avesse la maniglia.

L’artista lo guardò.

“Si ricordi: la porta del cuore ha la serratura dall’interno. Gli altri possono bussare ma siamo noi a decidere a chi aprire.”

Non so chi sono, che anima ho

Ci sarebbe moltissimo da scrivere. Di quanto siamo simili, di quanto ci emozionino le stesse piccole cose.

Una canzone alla radio, un verso di poesia. Ci sarebbe da chiedersi se l’essere umano, in fondo, non sia solo uno stampo che continua a generare se stesso. Immutabile.

Ci sarebbe bisogno di ascoltarsi un po’ di più, di guardarsi un po’ di più. E tutto ciò riesco a riempirlo scrivendo.

Scrivere è necessario. Vivere non è necessario.

Risulta spesso un buon metodo. Non è un rinunciare a vivere, è semplicemente rilassarsi, scoprirsi. E alla fine di ogni filosofia, elucubrazione, paranoia c’è solo lo scoprirsi sempre più stampi.

Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.

E spesso questi abissi finiscono per amarsi, o anzi, amarsi sarebbe troppo semplice. Semplicemente finiscono per non finire mai. Assurdo. Dal profondo dei due estremi, dalla distanza all’inverosimilmente vicino, dal troppo parlare ai silenzi pesati, adatti, necessari. Si finisce coll’essere uno continuazione dell’altra. Si finisce col perdersi, coll’annullare tutto quello che eravamo stati fino a quel momento. Si finisce nello scompiglio. Un dolce disordine, come i capelli spettinati.

Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. È un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell’amore. Nell’amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell’amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un’idea nostra. 

 Si finisce col mentirsi.

Mentire alle mani, al cuore, ai reni. Si finisce, e basta.

Concentrazione, concentrato, nemmeno fosse l’esploso di una bottiglia di pomodoro. Rosso. Alla mente arriva la recente impressione di una tela rivista che amo molto. E’ la “Vestizione della Sposa” di Max Ernst, surrealista, illusionista, una visione che assorbe nel mantello di piume rosse della sposa, sensuale donna la cui testa si coglie nel solo scintillio di un occhio, sotto la maschera di un gufo. Il dipinto è elegante e ricco di particolari, contrapposti ad elementi fantastici e mostruosi come la figura in basso con quattro seni. Seno esposto anche nella figura femminile a destra, quasi una custode della sposa, la cui chioma è tale grazie ad una tecnica di decalcomania.
Ma la sposa. E’ il quadro ed è “il quadro nel quadro”, la vediamo come macchia di colore tra antiche rovine da cui emerge un corpo, stabile come le rovine medesime, e la ritroviamo imponente e dominante nella scena, una “Leda e il cigno” che diventa simbolo ed “urlo” di se stessa.
Una fantasia erotica ed una meditazione sulla creatività. Nell’immagine di una sposa abbigliata per il giorno in cui diventa dama della casa, eppure immagine di se stessa.

le più inutili scuse

Gli stati d’animo (primo ciclo): “Gli addii” – Umberto Boccioni

Non ne ho la forza né la voglia di provarci
e neanche le ragioni,
altro che balle, sentimenti, tuffi al cuore…

Non lasciarmi andare via,

Roberto Vecchioni

così ho rifatto il letto al meglio

così ho rifatto il letto al meglio sai

La sicurezza ha un ventre tenero
ma è un demonio steso fra di noi
ti manca e quindi puoi non crederlo
ma io non mi sentivo libero

e non è dolce essere unici
ma se hai un proiettile ti libero
gli errori veri son più forti poi
quando fan finta di esser morti lo sai

copriti bene se ti senti fredda
hai la pressione bassa nell’anima
com’è strano il sapore
che riesco a sentire
male di miele

e la grandezza della mia morale
è proporzionale al mio successo
così ho rifatto il letto al meglio sai
che sembra non ci abbiam dormito mai

copriti bene se ti senti fredda
hai la pressione bassa nell’anima
com’è strano il sapore
che riesco a sentire
male di miele

ti do le stesse possibilità
di neve al centro dell’inferno, ti va?
male di miele

Male di miele,

Afterhours

Lavarsi via

On air: “Anime Salve” – Fabrizio de Andrè

“La Tinozza” – Edgar Degas

 

È proibito
piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare.
Avere paura dei tuoi ricordi.
E’ proibito non sorridere dei problemi,
non lottare per quello che desideri, e desistere, per paura.
Non cercare di trasformare i tuoi sogni in realtà.
E’ proibito non dimostrare il tuo amore fare pagare agli altri i tuoi malumori.
E’ proibito abbandonare i tuoi amici,
non cercare di comprendere coloro che ti stanno accanto,
e chiamarli solo quando ne hai bisogno.
E’ proibito non essere te stesso davanti alla gente fingere davanti alle persone che non ti interessano, essere gentile solo per farti ricordare,
dimenticare tutti coloro che ti amano.
E’ proibito non fare le cose per te stesso,
avere paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse il tuo ultimo respiro.
E’ proibito sentire la mancanza di qualcuno senza gioire,
dimenticare i suoi occhi e il suo sorriso,
solo perché le vostre strade hanno smesso di incontrarsi.
Dimenticare il passato e farlo scontare al presente.
E’ proibito non cercare di comprendere le persone,
pensare che le loro vite valgono meno della tua,
non credere che ciascuno tiene il proprio cammino nelle proprie mani.
E’ proibito non creare la tua storia,
non trovare neanche un momento per chi ha bisogno di te,
non accettare che ciò che la vita ti dona,
allo stesso modo te lo può togliere.
E’ proibito non cercare la tua felicità,
non vivere la tua vita positivamente,
non pensare che possiamo solo migliorare.
Non sentire che, senza di te,
questo mondo non sarebbe lo stesso.

Pablo Neruda

Don’t follow your dreams, chase them

Vi voglio rendere partecipi di una piccola scoperta artistica.

Amo la creatività e il colore, stimo la sensibilità e le doti delle personalità estrose.

 

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http://mathiole.tumblr.com/

 

strumento di pace

Signore,

fa’ che io non cerchi di essere consolato, quanto di consolare;

di essere compreso, quanto di comprendere;

di essere amato, quanto di amare.

Perché è dando che si riceve.

Preghiera semplice,

S. Francesco d’Assisi

Ecco la mia verità

Rose calpestava

Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo invano di creatura.
Rose calpestava,
s’abbatteva il pugno
e folle lo sputo
sulla fronte che adorava.
Feroce il suo male
più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita,
ch’io muoia, muoia del suo male.

[Ho bisogno di essere necessaria ad un’altra creatura per vivere.

Ecco la mia verità]

Sibilla Aleramo

continuerai a farti scegliere

“..per ritornare dopo l’amore
alle carezze dell’amore
era facile ormai..
Non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.”

Verranno a chiederti del nostro amore, 
Fabrizio De Andrè