nulla due volte

Nulla due volte accade

Né accadrà. Per tal ragione

Nasciamo senza esperienza,

moriamo senza assuefazione.

 

Anche agli alunni più ottusi

Della scuola del pianeta

Di ripeter non è dato

Le stagioni del passato.

 

Non c’è giorno che ritorni,

non due notti uguali uguali,

due baci somiglianti,

né due sguardi tali e quali.

 

Ieri, quando il tuo nome

Qualcuno ha pronunciato,

mi è parso che una rosa

sbocciasse sul selciato.

 

Oggi che stiamo insieme,

ho rivolto gli occhi altrove.

Una rosa? Ma cos’è?

Forse pietra, o forse fiore?

 

Perché tu, ora malvagia,

dài paura e incertezza?

Ci sei – perciò devi passare.

Passerai – e in ciò sta la bellezza.

 

Cercheremo un’armonia,

sorridenti, fra le braccia,

anche se siamo diversi

come due gocce d’acqua.

 

Wislawa Szymborska

wislawa szymborska

senza più spine

Laura Makabresku

 

 

Rose galleggiavano sui suoi fianchi

acqua lungo le spalle,

dentro i capelli.

 

Labbra baciavano i suoi occhi

mani bagnavano quel viso.

 

E di nuovo rose annegavano sotto i suoi passi

e baci fiorivano sopra la pelle.

più che un nascondersi, era un assorbirsi.

e ascolto.
anche quando a parlare è una fotografia, in bianco e nero, ferma, inchiodata.
o un libro aperto nella frenesia delle sue pagine.

e ascolto.
anche quando non c’è più nessuno a parlare, più nessuno a piangere, a cantare.

e ora qui ti ascolto strappare i tuoi mille passati,

ti ascolto sparare in volo ai baci lasciati indietro, annegare le tue stelle cadenti nella luna del pozzo.

ascolto,
quando non si aspettano risposte
quando non si vogliono risposte.

la mia faccia pulita nelle tue mani dolenti,

le miei mani gelate sulle tue labbra frementi.

e ascolto.
ora il battito del cuore si fa cadenzato, languido, sommesso.
Adesso la neve cadrà sul tuo cuore.
Un’altra tramontana sferzerà le tue guance.
Le mie mani saranno già lontane.

appena più in là, ti ascolto.
Fuori da qui.

Foto di Lilla Conti

“La cosa che mi interessava di più era la sensazione che la figura, più che nascondersi da se stessa, fosse assorbita dall’atmosfera, fitta e umida.” (Francesca Woodman)
Foto di Lilla Conti

buonanotte tesoro mio. Amica mia.

Andrebbe benissimo così. Ed è proprio così che vorrei rimanesse. Una nottata messi lì su una panchina sotto un pino come statuine di un meticoloso presepe, appena uno spicchio di cielo con milioni di stelle. Sembrava si fossero affollate li per ascoltarci parlare, curiose.
Me ne sto rannicchiata in un’insolita aria fredda di questo giugno anomalo.

Hanno abbassato la tapparella nel palazzo di fronte, ma mi diverte immaginare la moglie del tizio che ci ascolta dalle sue fessure. Insieme alle stelle.
Le mie mani sempre troppo fredde per la stagione le strofino tra le cosce, stringendomi nelle spalle.

Sto aspettandoti, aspettando la tua voce che racconti ancora le stesse cose, i tuoi occhi che raramente riescono a fissarsi nei miei, il tuo abbraccio.
Ti aspetto con affettuoso distacco, sulla difensiva. Seduta al contrario su questa panchina.
E finalmente non ci sono baci da scansare, non ci sono mani da bloccare, non ci sono discorsi da troncare. Finalmente se lo sento avvicinarsi è solo per un bacio sulla fronte, per sfilarmi la mano e provare inutilmente a scaldarla. Finalmente sento il suo respiro calmo, rilassato tra i capelli. Non riuscirò ancora a penetrare i suoi misteri, il suo universo vacuo ma riesco a sentire questo suo cambiamento.

Forse c’era la luna nuova stanotte dietro quel palazzo. Forse c’era una luna nuova anche nei suoi occhi, li ho visti specchiarsi in qualcosa di chiarissimo nel buio di stanotte. Li ho visti bucare i miei, fissi, pacati, rassegnati.

 
Sulla panchina di legno ammuffita sono rimasta sempre sola, sempre la stessa. Ultima spiaggia di un viaggio senza meta, nelle mie nottate nelle quali i pensieri non accennavano a placarsi. Magari la stessa moglie del tizio mi spiava anche allora, ma solo stasera l’idea mi divertiva.
Se questa era una sfida, sappi che l’ho vinta io.
Se non lo era, beh, mi ero sbagliata: avevo creduto di poter cambiare le persone, di lasciare loro un segno lungo il viso. E in questo caso l’ho fatto. Un segno lungo il viso come una specie di sorriso.

 

Foto di Lilla Conti

Siamo ancora qui, seduti al contrario su questa panchina.
Al contrario, la schiena appoggiata al nulla. Io ho sempre affrontato la vita così, seduta al contrario. Voltata a controllare che nessuno si perdesse lungo il mio cammino, voltata per cercare l’approvazione di tutti, voltata a trattenere chi aveva deciso di rimanere li. Come sedersi su un treno in direzione contraria al senso di marcia.Vedi tutto allontanarsi a gran velocità. Finisci col non fare caso alle occasioni che si avvicinano, immobile a guardarti alle spalle. Ho trovato la mia funzione della tua frase “in direzione ostinata a contraria”. E ora mi accorgo perché io e lui siamo in parte simili. La sua scelta è stata guardare indietro dopo aver sentito l’incombente peso del futuro, per sfuggire al suo buio ingordo. Io a quel futuro non c’ho mai realmente pensato, io a quel futuro non ho dato mai spazio di serpeggiami dentro.

A quel mare io ci penso, ma mi fa paura… un po’.

Il cuore rallenta e la testa cammina

Ci sono coriandoli nella mia testa. Confessioni a voce bassa, bugie trascinate stanche e ormai poco credibili.

Ci sono baci come le molliche di pane rubate dalla tavola di un banchetto. Ci sono occhi freddi e poco lucidi, muti e poco presenti.

Sale un forte vento, sale dalla gola, da un respiro profondo prima di immergersi.

Si dispiega una lettera accartocciata, un biglietto di auguri. Una poesia. E leggere riposa le gambe, alleggerisce le ginocchia. Volendo anche il cuore. La fatica di camminare in direzione ostinata e contraria si fa sentire al terzo bicchiere di vino. La fatica di non avere una strada da scegliere o un paio di sigarette da aspirare e sputare fuori insieme alle preoccupazioni.

Passano i giorni, cristallizzando le tue scelte e anche le mie non-scelte. Passano i giorni su un cuore asettico, senza più fremiti. I giorni hanno cristallizzato anche lui.

Il tempo rende difficile la sopravvivenza dei legami, il ricordo delle promesse.

Non abbiamo rispettato ogni aspettativa. Non ti sei attenuto alla sincerità dei patti.

Non hai passato il turno.

A lungo andare rimarrà solo un libro di letteratura e un pensiero cancellabile.

E non saprò se davvero lo cancellerai.

E adesso aspetterò domani 
per avere nostalgia “

Il tempo delle giostre fuori città

Decisamente troppo breve la distanza.

Decisamente troppo sicure le mani sui fianchi.

Baci scansati ma poco credibili.

Fiato forte. Trattenuto e poi sfuggito tra i capelli.

Collo e nuca trovano riposo.

La testa danza, ti bacia col pensiero

ti percorre con occhi chiusi.