il cervello non è altro che le viscere del cuore

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, – un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo.

Io amo colui che vive per la conoscenza e vuole conoscere, affinché un giorno viva il superuomo. E così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che lavora e inventa, per costruire la casa al superuomo, e gli prepara la terra, l’animale e la pianta: giacché così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che ama la sua virtù: giacché virtù è volontà di tramontare e una freccia anelante. […]

Io amo colui l’anima del quale trabocca da fargli dimenticare se stesso, e tutte le cose sono dentro di lui: tutte le cose divengono così il suo tramonto. Io amo colui che è di spirito libero e di libero cuore: il suo cervello, in tal modo, non è altro che le viscere del cuore, ma il suo cuore lo spinge a tramontare. Io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, cadenti una a una dall’oscura nube incombente sugli uomini: essi preannunciano il fulmine e come messaggeri periscono. Ecco, io sono un messaggero del fulmine e una goccia greve cadente dalla nube: ma il fulmine si chiama superuomo. […]

 

PONTS SUSPENDUS Evento XIV al Site Transitoire di Jean-Paul Philippe

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http://www.jeanpaulphilippe.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=128&Itemid=13

C’erano pareti altissime e io guardavo il cielo

Sempre ferma ad aspettarti.

Un passo più avanti di te.

Spalle fuori asse, collo avviluppato fin sopra i miei pensieri.

Dietro porte aperte, dentro stanze affollate, sopra strade trafficate.

 

Con una scusa, una piccola bugia. Sempre ferma.

Come se tutto passasse dalla feritoia di queste assi di legno ammuffito.

Come se il passato fosse ispirazione, o solo marciume.

Ricordo, o solo dubbio.

 

Sempre ferma ad aspettarti in questa casa senza tetto dove i pensieri continuano a salire.

Dentro quattro mattoni diroccati dove i passi non fanno altro che rincorrersi.

C’è un movimento verso te, come se dovessi alzare i talloni per riafferrare il filo.

 

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

 

 

 

mi sono seduta, aspettandoti.

 

Mi sono seduta ad aspettarti.
Il sole è calato dietro ai filai, l’amaranto ha ceduto colore alla
vite. Ho sgranato l’uva matura, asciugandomi il rivolo rosso sangue sul mento.
Ho scacciato i corvi che si portavano via gli acini scarni e esangui di novembre.
L’erba alta, ora, nasconde le mie gambe, il sentiero che mi ha portata qui, il nero inverno mi chiude gli occhi.

Mi sono seduta aspettandoti, l’attesa ha affaticato le ginocchia, il
freddo ha punto le guance e le nocche delle mani.

Questo luogo si dimentica di me.
Io, di te.

Questo luogo continua la sua vita nonostante me.
Io, nonostante te.

La mia sedia è ancora lì.
Un altare vuoto, divorato dal tempo.