Carne da accarezzare

villa gallipoli

 

Alcuni temporali

passano silenziosi,

ristagnano qui,

lividi e ingordi.

Portano via i bambini dal bagnasciuga

e adesso,

sono già altrove.

Alcuni temporali

passano così,

mentre corri a cercare riparo.

Passano così,

senza sciacquare la salsedine dalle spalle,

la sabbia dalle ginocchia.

Temporali che sfilano muti

senza neppure sfiorare l’asfalto.

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quando vivere diventa un peso.

Corse a chiudere la finestra.
Il temporale era arrivato.

Dal nero delle nubi a quello dell’asfalto si calavano funi di pioggia.

Un lenzuolo appeso si gonfiava di vento, tentando di fermarlo ma ottenendo solo la magra soddisfazione di averlo tenuto in pugno un frammento di secondo.

Un campicello orfano del proprio contadino agitava onde verdi, ora chiare ora scure, ora avanti ora indietro.

L’acqua cadeva su tutto.
E su tutto lasciava un fresco pulito.
Le macchine lucide, le strade spazzate, i passanti inzuppati nei loro maglioni.
Bagnati fino all’anima, bagnati fin dove il calore umano può arrivare.

E il nero del cielo specchiato sull’asfalto investì anche lei. Come inchiostro su carta assorbente.
Un nero di lutto, di tristezza invadente. Un nero di parole scritte o non scritte, dette o non dette.

Sentite o ignorate.

Da quelle nubi affacciarsi a vedere quanto è facile cadere giù.
Ma non farlo, non farlo sul serio.
Passeranno queste funi di pioggia, laveranno questo inchiostro dal cuore, il rimmel slavato.

Pioveva e non capivo il suo cuore di tenebra. Il ticchettio di gocce battenti sulla ringhiera mi assordivano le tempie. E ora aumentano, prorompenti come un ronzio. Sfacciate e inopportune: gettarsi senza reti di salvataggio su questo mondo, sciocchi trapezisti!

Scivolava via l’inchiostro, correndo fuori dalle parole. Inzuppate fin nel loro significato.
Ti si è inzuppato il cuore e non siamo stati pronti a ripararti da questo temporale.

La condizione

Vuoi andare a dormire?

Mettiamoci così, con i cuori accampati, sfollati, senza un riparo.

Mettiamoci lì, come un vestito sfilato, una collant strappata, un rossetto aperto.

Non accendere la luce, lascia abituare i miei occhi al tuo profilo. Le mie mani alla tua pelle.

Guarda i miei occhi da vicino, da così vicino che potresti finirci dentro. Annegarci.

Chiudili al vento che altrimenti piangono. Chiudi gli occhi al vento ché si increspano come le onde.

Un vento senz’aria. Sorsi in apnea prima di affogare nel bicchiere dei miei ‘perché’ zuppi d’acqua.

Sono notti da nascondere sotto una coperta, da cercare la luna alla finestra. O accontentarsi del riflesso.

O accontentarsi di te, luna nel pozzo.

Io che ho lanciato solo sassi per dissolverti. Tu che hai sempre ricomposto i tuoi lisci contorni.

E cado nel tuo letto con il peso di una falena sorpresa dal sole.

Riportami nel vento, riportami aria.

buonanotte tesoro mio. Amica mia.

Andrebbe benissimo così. Ed è proprio così che vorrei rimanesse. Una nottata messi lì su una panchina sotto un pino come statuine di un meticoloso presepe, appena uno spicchio di cielo con milioni di stelle. Sembrava si fossero affollate li per ascoltarci parlare, curiose.
Me ne sto rannicchiata in un’insolita aria fredda di questo giugno anomalo.

Hanno abbassato la tapparella nel palazzo di fronte, ma mi diverte immaginare la moglie del tizio che ci ascolta dalle sue fessure. Insieme alle stelle.
Le mie mani sempre troppo fredde per la stagione le strofino tra le cosce, stringendomi nelle spalle.

Sto aspettandoti, aspettando la tua voce che racconti ancora le stesse cose, i tuoi occhi che raramente riescono a fissarsi nei miei, il tuo abbraccio.
Ti aspetto con affettuoso distacco, sulla difensiva. Seduta al contrario su questa panchina.
E finalmente non ci sono baci da scansare, non ci sono mani da bloccare, non ci sono discorsi da troncare. Finalmente se lo sento avvicinarsi è solo per un bacio sulla fronte, per sfilarmi la mano e provare inutilmente a scaldarla. Finalmente sento il suo respiro calmo, rilassato tra i capelli. Non riuscirò ancora a penetrare i suoi misteri, il suo universo vacuo ma riesco a sentire questo suo cambiamento.

Forse c’era la luna nuova stanotte dietro quel palazzo. Forse c’era una luna nuova anche nei suoi occhi, li ho visti specchiarsi in qualcosa di chiarissimo nel buio di stanotte. Li ho visti bucare i miei, fissi, pacati, rassegnati.

 
Sulla panchina di legno ammuffita sono rimasta sempre sola, sempre la stessa. Ultima spiaggia di un viaggio senza meta, nelle mie nottate nelle quali i pensieri non accennavano a placarsi. Magari la stessa moglie del tizio mi spiava anche allora, ma solo stasera l’idea mi divertiva.
Se questa era una sfida, sappi che l’ho vinta io.
Se non lo era, beh, mi ero sbagliata: avevo creduto di poter cambiare le persone, di lasciare loro un segno lungo il viso. E in questo caso l’ho fatto. Un segno lungo il viso come una specie di sorriso.

 

Foto di Lilla Conti

Siamo ancora qui, seduti al contrario su questa panchina.
Al contrario, la schiena appoggiata al nulla. Io ho sempre affrontato la vita così, seduta al contrario. Voltata a controllare che nessuno si perdesse lungo il mio cammino, voltata per cercare l’approvazione di tutti, voltata a trattenere chi aveva deciso di rimanere li. Come sedersi su un treno in direzione contraria al senso di marcia.Vedi tutto allontanarsi a gran velocità. Finisci col non fare caso alle occasioni che si avvicinano, immobile a guardarti alle spalle. Ho trovato la mia funzione della tua frase “in direzione ostinata a contraria”. E ora mi accorgo perché io e lui siamo in parte simili. La sua scelta è stata guardare indietro dopo aver sentito l’incombente peso del futuro, per sfuggire al suo buio ingordo. Io a quel futuro non c’ho mai realmente pensato, io a quel futuro non ho dato mai spazio di serpeggiami dentro.

A quel mare io ci penso, ma mi fa paura… un po’.