se solo sapessi dove andare

Anouk et son tricycle

Anouk et son tricycle

Anouk et son tricycle

Eppure ho a volte momenti di improvviso coraggio, e allora… se soltanto sapessi dove andare,

me ne andrei.

I dolori del giovane Werther, J. W. Goethe

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Camminerebbe tutta la notte chi è in piedi da una vita

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

Forse inizia, forse finisce.

Forse sei solo passato per un sentiero già percorso. Ne riconosco le orme.

Forse esistono intervalli di questo vorticare che tornano.

Tornano come le date sul calendario, come i giri infiniti di una trottola, le tracce di un vinile.

E quando tornano li vedi. E li fermi.

Non cambierai disposizione ai quadri in camera, non cancellerai quel numero di telefono, la dedica in copertina.

Quando quegli intervalli tornano, tutto coincide. E qualcosa si incastra per la prima volta.

Serviranno altri giri a vuoto, altri valzer di trottole, altre centrifughe.

Ad ogni ciclo ci sarà più ordine.

C’è una valigia sulla porta d’entrata.

La televisione illumina silenziosa la superficie del tavolo.

Foglio accartocciato, centrotavola stirato.

Un letto da rifare per chi stanotte non dormirà.

Un lampione spento per il viandante sulla panchina.

Chi è sempre partito ha deciso di restare.

Camminerebbe tutta la notte chi è in piedi da una vita.

C’è una valigia alla porta d’entrata.

La luce della televisione ha smascherato la sua fuga.

Andare a letto solo quando si ha sonno.

Partire quando non si è salutato nessuno.

guarda fuori, ma non so cosa vede

Fuori diluvia. Mi sono lasciata. L’ennesima volta. Ma questa volta non riuscivo a respirare. Ho finito il libro. I miei nervi sono a pezzi. Vorrei vomitare l’anima. Vorrei trovare quei per sempre nei mai. Vorrei che riuscisse a capire chi sono. Vorrei salvarlo. Ho detto una grande stronzata. Io non ce la faccio a rinunciare a l’idea di salvarlo. Non adesso. Non ora che aveva salvato me. Qua è a rischio allagamento. Vorrei tanto portasse via tutto questo niente che sento.

Foto di Lilla Conti

– Non rinunciare.

Sarà un ferirti ugualmente: rinunciare o perseverare. I mulini a vento esistono e se con la ragione siamo tutti buoni a negarli, qualcosa dentro più umano della ragione, più viscerale della testa, ci trascina verso battaglie contro i demoni. Demoni che abitano la nostra anima e i nostri ricordi: li riconosciamo nel dolore altrui e li sfidiamo. Una guerriglia, un buttarsi nella mischia fino a non distinguere più i tuoi spettri da quelli altrui.

Non rinunciare.

Sarà un guarirti da te stessa più che un guarirlo dal mondo. È solo guardandoci dentro alle persone che si riconosce la nostra essenza.
Non differisci, poi, così tanto da me. Anche tu ti ammali. Ti ammali di altruismo, ti ammali di persone, di amore.

Abbiamo cominciato descrivendo la fine

“Tourner la page” – Gabriel Garcin

Gli inizi sono stimolanti. Hanno l’adrenalina dell’azzardo, del passo nel vuoto.

L’inizio è un capriccio, è lunatico.

Ho tutti i presupposti per sentirmi funambola. Delirio e incertezza. Cammino ad occhi chiusi a braccia tese fuori da me. Un corda e il mondo sotto le punte dei piedi.

Gli inizi prendono quella parte di te che da bambini equivaleva all’entusiasmo con cui si scarta il primo pacco di Natale.

Gli inizi vengono dopo la rottura, è un riaggiustarsi il cuore. Lubrificare gli ingranaggi di un cervello arrugginito, inceppato. Eccome se mi ero inceppata! Una cassetta srotolata dal mangiacassette, sfinita. Avevo chiuso. Chiuso con la musica, chiuso con le parole, con le mie poesie, col mio scrivere. Avevo chiuso tutto dentro un’apatia indiscriminata.

E l’inizio arriva proprio in quel grigiore di giorni sempre uguali. Inizia con l’apertura di questo blog, inizia con la lettura di un libro nuovo, inizia per forza.

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

Gli inizi sono dirompenti, levano il fiato, lasciano i graffi sui seni, il trucco sbavato. Non c’è la benché minima idea del futuro, è un limbo. Io non aspetto seguito a questo libro aperto a metà, non immagino risvolti. Rimarrà un inizio ed è questo che lo lascerà intatto.

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti 
è solo un seguito 
e il libro degli eventi 
è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborska

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amo tutto quello che la vita mi offre

Mi spingi oltre i miei limiti
e sento di vivere appieno la mia stessa vita,
in te ho incontrato me stesso
e ho guardato oltre,
oltre ogni inimmaginabile limite.
Ho guardato nel profondo dei tuoi occhi
cercando di comprenderti
ma, ho visto tutto quello che di me
mai avrei voluto vedere.
Ho visto la mia fragilità e la mia insicurezza
i miei sensi di colpa e i miei complessi
le mie paure e la mia insofferenza
ho visto le mie tenebre e i miei demoni
allora, ho guardato ancora oltre
e nel profondo del mio cuore, un mare in tempesta,
un oceano immenso dove tuffarsi e perdersi
e lì nel profondo della mia anima ho compreso!
Ho provato piacere e orgoglio
nel capire quello che oggi provo
nel sapere chi oggi sono veramente
adesso so che amo le cose belle
so che amo tutto quello che la vita mi offre
e una di quelle sei tu.

Undici minuti,

Paulo Coelho

Baratri

Non riesco ad imprimere con l’inchiostro i miei momenti pieni, ma riesco perfettamente a deridere i miei momenti vuoti.

Il vuoto mi terrorizza  e colmarlo di parole mi calma, mi rende meno assurda.

Tu, per esempio, per un mal di testa prendi un aspirina?

Ecco, io i vuoti cerco di riempirli.

Che si tratti di un’assenza, di un’altezza o di una ferita.

Già da piccola odiavo quei libri con le illustrazioni da colorare, quel bianco contornato da linee nere m’inquietava;  così come le persone che hanno il vuoto negli occhi, così come questa voragine che ogni tanto si apre in me.

[L.]


“Mi hanno sempre obbligato a colorare le cose rispettando i contorni, a non uscire mai dalle righe.
Be’ ora posso dire che per me, quelle righe altro non erano che un trampolino verso l’orizzonte, l’infinito”

compassi del globo terrestre


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Le gambe nella donna sono il perfezionamento della sua volontà.

La gamba erotica abbandonata mollemente sul letto è un adescamento naturale del non riposo.

Appena l’uomo toccherà quell’arto inerte diventerà un abile corridore, si farà in quattro per procurare sangue e tranquillità a quelle forme insostituibili, perfette sia per l’ozio che per la procreazione.

Ma le gambe delle donne hanno molti occhi che l’uomo non vede e molte labbra di cui non si accorge.

Sono occhi e labbra che cercano l’amore sì, ma soprattutto la vita dell’amore.

Alda Merini  

gentile attesa

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

Wisława Szymborska

Riesco a vedere il pavimento, ho raccolto gli abiti, le coperte, i fogli di giornale, i libri, le sciarpe.

Riesco di nuovo a far scorrere le dita sulle mattonelle granulose. Sono ancora giallo ocra. Un pessimo colore, sempre odiato. Ma mi rincuora: almeno loro non sono cambiate. Pensa, da quanto tempo non vedevano il soffitto sopra di loro. Esattamente sopra.

Tanto per cominciare parlo di disordine. Anche nel senso più basso del termine, perché no? Non un disordine catastrofico come lo dipinge tua madre, un rimestio di oggetti vari. Un sottosopra. Sottosopra. Uno scambiare il soffitto col pavimento, terra con cielo. Veder sbiadire il confine del mondo all’orizzonte. Sottosopra. Capovolgere, travisare, non comprendere, trasformare. Come Kandiskij che una sera, rientrando nel suo studio, nota un suo quadro, seminascosto in una zona d’ombra. Avvicinatosi per guardarlo meglio, si accorge che la tela era capovolta: quello che lo aveva impressionato non era la scena rappresentata, ma la disposizione dei colori e delle linee e i loro rapporti. Sottosopra. Sconvolto, turbato, alla rovescia. Tendenza umana a deformare la personale visione del mondo fino a lasciare ogni contatto con l’originale. Lento processo di costruzione, di assemblaggio. Ritagli di riflessione, pennellate larghe di compassione, collage di scuse e giustificazioni. Alle prese con una cera malleabile, accondiscendente e molle. Passiva. Insaziabile demiurgo della vita altrui. Nelle notti si accumulano gli scarti sul pavimento, i giorni a seguire si affacciano a origliare il mio arrabattare.

Ho così affogato il mio disordine nell’ordine delle cose. Ho curato le increspature della stoffa, l’inchiostro sbavato delle pagine. Ho tirato un filo, tessuto ragnatele come ancore di salvezza.

Mi sono gentilmente accomodata all’ultima estremità del filo e ho atteso il tuo egoismo.

Se, camminando, ti imbattessi in me, parlami di te.



Camminando si apprende la vita

camminando si conoscono le cose

camminando si sanano le ferite del giorno prima.

Cammina guardando una stella

ascoltando una voce

seguendo le orme di altri passi.

Cammina cercando la vita

curando le ferite lasciate dai dolori.

Niente può cancellare il ricordo del cammino percorso.



Rubén Blades