due volte niente.

Aggràppati ancora.

C’è un’altra giornata di sole da non perdere, da vivere sospesi.

Senza pensare a fermarci.

Senza fermarci a pensare.

 

Annunci

Sete di perfezione

La soif d’absolu – Thirst for perfection
Gilbert Garcin

 

A un certo punto una di quelle porte si aprì. Io per un attimo ebbi l’assoluta certezza che lei sarebbe uscita da li, e mi sarebbe passata accanto, senza dire una parola.
L’uomo scosse leggermente il capo.
Però non accadde nulla, perché alla vita manca sempre qualcosa per essere perfetta.

 

Senza sangue, A. Baricco

La condizione

Vuoi andare a dormire?

Mettiamoci così, con i cuori accampati, sfollati, senza un riparo.

Mettiamoci lì, come un vestito sfilato, una collant strappata, un rossetto aperto.

Non accendere la luce, lascia abituare i miei occhi al tuo profilo. Le mie mani alla tua pelle.

Guarda i miei occhi da vicino, da così vicino che potresti finirci dentro. Annegarci.

Chiudili al vento che altrimenti piangono. Chiudi gli occhi al vento ché si increspano come le onde.

Un vento senz’aria. Sorsi in apnea prima di affogare nel bicchiere dei miei ‘perché’ zuppi d’acqua.

Sono notti da nascondere sotto una coperta, da cercare la luna alla finestra. O accontentarsi del riflesso.

O accontentarsi di te, luna nel pozzo.

Io che ho lanciato solo sassi per dissolverti. Tu che hai sempre ricomposto i tuoi lisci contorni.

E cado nel tuo letto con il peso di una falena sorpresa dal sole.

Riportami nel vento, riportami aria.

È una notte come tutte le altre notti

Gilbert Garcin

Fermò la pellicola su una diapositiva del tutto insignificante e scattò seduta sul divano.
Si scoprì bellissima. Alle dieci e un quarto di uno stupido e vuoto sabato sera. Non voleva trucco, non voleva abiti appariscenti. Voleva essere bella per se stessa. E uscì accostando la porta, evitando le vie affollate del suo paese, evitando gli sguardi. Custodiva gelosa la sua bellezza. Il passo era svelto, camminava leggera e rapida come se qualcuno la attendesse. Non seguiva una strada per più di dieci passi, svoltava, di nuovo. Cercava musica. e guardava le stelle, eccome se le guardava. Era una sfida a chi cedeva prima. Ostinata e superba, voleva ogni stella per sé. E nessun desiderio mai le aveva percorso la mente. Sapeva che era una speranza stupida, infondata, puerile. Come fidarsi di una stella? Se ne sta li, orgogliosa di osservarti per l’eternità con quel luccichio beffardo e un bel giorno la cerchi e si stacca. Così, senza reti di salvataggio, senza accortezza, senza rispetto. Precipita e scompare.
Si sedette. Era il posto del suo cuore. Ogni volta rivedeva quel palloncino verde appeso tra i rami e le scappava una smorfia sul viso. Un sorriso, un rimpianto, un ghigno.

Era ormai tardi. La musica che l’aveva condotta lì rimbombava ancora sguaiata contro le case basse. Le arrivava il suo suono da almeno tre angolazioni. Da destra, direttamente dalla fonte, da sinistra e di fronte. E da sinistra la guidava il vento. Era seduta sul posto del suo cuore. E c’era il vento. Avrebbe potuto diventare un momento perfetto.
Si gustò a lungo i brividi sulle spalle e sulla schiena, accarezzando la pelle irta e granulosa. Poi indossò un pullover.
Il vento poteva sfogarsi solamente contro i suoi capelli, adesso. E non tardò ad imperversare.
La musica venne interrotta da una marcia nuziale e un fastidioso coretto “Bacio!Bacio!Bacio!”: non sarebbe più stato un momento perfetto. Ma non ci badò. Si congratulò mentalmente con gli sposini e tornò a guardare l’acqua. A dire il vero non vedeva l’acqua, a meno che questa non fosse nera come petrolio. Ma sapeva che c’era. Si fissò a osservare qualcosa che non vedeva, si fermò ad osservare qualcosa che vedeva solo nella sua mente. Guardare la realtà da una sola angolazione ma conoscerne tutte le altre. Concetto dibattuto, in arte, in filosofia. Lei aveva risolto quella diatriba nella maniera più banale che potesse esistere. L’acqua c’era, che ci fosse o meno un velo di Maya a ingannarla non le interessava. I capelli scomposti le impedivano di concentrarsi e così i suoi pensieri si mescolarono alla filosofia e a “Sweet Home Alabama”.

Ma le stelle, beh quelle erano lì. Era innegabile, chiunque l’avrebbe affermato. E lei vi si aggrappò. Scordandosi che non c’è da fidarsi di una stella. Di una stella cadente.

Ma come ogni donna scelse di riporre sogni di ferro in cassetti di cartone.

“E’ ora che te ne vai e ti lascio in quelle notti al buio ad aspettare
con le ginocchia in bocca in quel silenzio ingordo
finchè non avrai toccato il fondo è un valzer sottovoce e tornerà la luce.”

Un giorno disumano,

Gianna Nannini

Abbiamo cominciato descrivendo la fine

“Tourner la page” – Gabriel Garcin

Gli inizi sono stimolanti. Hanno l’adrenalina dell’azzardo, del passo nel vuoto.

L’inizio è un capriccio, è lunatico.

Ho tutti i presupposti per sentirmi funambola. Delirio e incertezza. Cammino ad occhi chiusi a braccia tese fuori da me. Un corda e il mondo sotto le punte dei piedi.

Gli inizi prendono quella parte di te che da bambini equivaleva all’entusiasmo con cui si scarta il primo pacco di Natale.

Gli inizi vengono dopo la rottura, è un riaggiustarsi il cuore. Lubrificare gli ingranaggi di un cervello arrugginito, inceppato. Eccome se mi ero inceppata! Una cassetta srotolata dal mangiacassette, sfinita. Avevo chiuso. Chiuso con la musica, chiuso con le parole, con le mie poesie, col mio scrivere. Avevo chiuso tutto dentro un’apatia indiscriminata.

E l’inizio arriva proprio in quel grigiore di giorni sempre uguali. Inizia con l’apertura di questo blog, inizia con la lettura di un libro nuovo, inizia per forza.

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

Gli inizi sono dirompenti, levano il fiato, lasciano i graffi sui seni, il trucco sbavato. Non c’è la benché minima idea del futuro, è un limbo. Io non aspetto seguito a questo libro aperto a metà, non immagino risvolti. Rimarrà un inizio ed è questo che lo lascerà intatto.

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti 
è solo un seguito 
e il libro degli eventi 
è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborska

Questo slideshow richiede JavaScript.

nel reparto intoccabili

"Molino del dimenticare"

Cose che dimentico è un brano musicale scritto da Cristiano De André (musica) e dal padre Fabrizio (testo) ed interpretato dallo stesso Cristiano, pubblicato come singolo nel 1994.
Il brano, fu presentato al Festival italiano 1994 ma rifiutato. Successivamente fu inserito nell’album Sul confine del 1995, è dedicato ad un amico di famiglia di Fabrizio, malato di AIDS.
Una versione inedita della canzone, registrata in duetto da Cristiano e Fabrizio durante l’ultima tourneè di quest’ultimo, è stata inserita nel cofanetto In direzione ostinata e contraria del 2005.
Cristiano ha riproposto il brano nel tour 2009-2010 De Andrè canta De Andrè e lo ha scelto come singolo promozionale del secondo volume dell’omonimo cd dal vivo.

C’è un amore nella sabbia
un amore che vorrei
un amore che non cerco
perché poi lo perderei

C’è un amore alla finestra
tra le stelle e il marciapiede
non é in cerca di promesse
e ti da quello che chiede

Cose che dimentico
cose che dimentico
sono cose che dimentico

C’è un amore che si incendia
quando appena lo conosci
un’ identica fortuna
da gridare a due voci

C’è un termometro dei cuore
che non rispettiamo mai
un avviso di dolore
un sentiero in mezzo ai guai

Cose che dimentico
sono cose che dimentico

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme

Qui nel girone invisibili
per un capriccio del cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo
il gelo
e tutti ne sentiamo il gelo

C’è un amore che ci stringe
e quando stringe ci fa male
un amore avanti e indietro
da una bolgia di ospedale

Un amore che mi ha chiesto
un dolore uguale al mio
a un amore così intero
non vorrei mai dire addio

Cose che dimentico
sono cose che dimentico

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme
non dorme

Qui nel girone invisibili
per un capriccio dei cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo

Viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo

Sono cose che dimentico
sono cose che dimentico
cose che dimentico
sono cose che dimentico.

Cose che dimentico,

Fabrizio e Cristiano de Andrè

Baratri

Non riesco ad imprimere con l’inchiostro i miei momenti pieni, ma riesco perfettamente a deridere i miei momenti vuoti.

Il vuoto mi terrorizza  e colmarlo di parole mi calma, mi rende meno assurda.

Tu, per esempio, per un mal di testa prendi un aspirina?

Ecco, io i vuoti cerco di riempirli.

Che si tratti di un’assenza, di un’altezza o di una ferita.

Già da piccola odiavo quei libri con le illustrazioni da colorare, quel bianco contornato da linee nere m’inquietava;  così come le persone che hanno il vuoto negli occhi, così come questa voragine che ogni tanto si apre in me.

[L.]


“Mi hanno sempre obbligato a colorare le cose rispettando i contorni, a non uscire mai dalle righe.
Be’ ora posso dire che per me, quelle righe altro non erano che un trampolino verso l’orizzonte, l’infinito”

Non sto camminando in cerchio

Immagine

Quanto è che siamo qui, saranno mesi, anni, forse secoli
quanto è, dimmelo tu, per me qui dentro il tempo non esiste più
quanto è, ma chi lo sa? Ma no, non dirlo, tanto che importanza ha?
Il dubbio è se resisterò, il dubbio è se ha davvero un senso tutto ciò?
Oh Simona, ma tu lo sai? Vabbeh, fa niente dai.
Quanto è che sono qui, mi sento come un quadro dietro i mobili
semplice ed inutile, perduto in una lotta con la polvere
quanto è che siamo qua, cos’è che ci ha bloccati per l’eternità
io odio il blues perché è così, fa finta di partire e invece è sempre lì
sembra che esploderà e invece ricomincia già.

Quant’è che sto in prigione? Quant’è che pago per una distrazione
quando è stato, ditemi dove, qual è la scelta che dovevo indovinare?
Qual era l’occasione? Quando è stato? Quando? Quando e dove?

Quanto è che sto con te e prendo per amare un’abitudine
vittima dell’indole oppure interamente responsabile
quante sono le scelte di un uomo, sono scelte davvero, oppure no?
Sembra che cambierà e invece ricomincia già.

Quant’è che sto in prigione? Quant’è che pago per una distrazione
quando è stato, ditemi dove, qual è la scelta che dovevo indovinare?
Qual era l’occasione? Quando è stato? Quando? Quando e dove?

Forse sono le voci dentro quelle che ancora sento
a cui devo stare attento, attento.

Quante sono le scelte di un uomo, sono scelte davvero, oppure no ?
Sembra che cambierà e invece ricomincia già.
Ancora.

gentile attesa

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

Wisława Szymborska

Riesco a vedere il pavimento, ho raccolto gli abiti, le coperte, i fogli di giornale, i libri, le sciarpe.

Riesco di nuovo a far scorrere le dita sulle mattonelle granulose. Sono ancora giallo ocra. Un pessimo colore, sempre odiato. Ma mi rincuora: almeno loro non sono cambiate. Pensa, da quanto tempo non vedevano il soffitto sopra di loro. Esattamente sopra.

Tanto per cominciare parlo di disordine. Anche nel senso più basso del termine, perché no? Non un disordine catastrofico come lo dipinge tua madre, un rimestio di oggetti vari. Un sottosopra. Sottosopra. Uno scambiare il soffitto col pavimento, terra con cielo. Veder sbiadire il confine del mondo all’orizzonte. Sottosopra. Capovolgere, travisare, non comprendere, trasformare. Come Kandiskij che una sera, rientrando nel suo studio, nota un suo quadro, seminascosto in una zona d’ombra. Avvicinatosi per guardarlo meglio, si accorge che la tela era capovolta: quello che lo aveva impressionato non era la scena rappresentata, ma la disposizione dei colori e delle linee e i loro rapporti. Sottosopra. Sconvolto, turbato, alla rovescia. Tendenza umana a deformare la personale visione del mondo fino a lasciare ogni contatto con l’originale. Lento processo di costruzione, di assemblaggio. Ritagli di riflessione, pennellate larghe di compassione, collage di scuse e giustificazioni. Alle prese con una cera malleabile, accondiscendente e molle. Passiva. Insaziabile demiurgo della vita altrui. Nelle notti si accumulano gli scarti sul pavimento, i giorni a seguire si affacciano a origliare il mio arrabattare.

Ho così affogato il mio disordine nell’ordine delle cose. Ho curato le increspature della stoffa, l’inchiostro sbavato delle pagine. Ho tirato un filo, tessuto ragnatele come ancore di salvezza.

Mi sono gentilmente accomodata all’ultima estremità del filo e ho atteso il tuo egoismo.