Allontanati. Allontànati.

Io le persone le accudisco, le rivesto di di protezione e amore.

Un amore, lasciatemelo dire, caritatevole.

Un’elemosina di affetto.

Adesso voglio star sola.

[…]

adesso, sì proprio adesso

io voglio finalmente stare sola.

A. Merini

Allontànati

quasi fossi la malaria

che ti ha intriso il cuore.

Allontànati

quasi fossi l’alta tensione

che ti scorre sulle labbra.

Allontànati.

Ho ancora le ali

 

Si dice che la poesia

manchi di vero slancio,

che non sappia più volare

poiché non più sorretta

dai grandi angeli alati.

Che farci? E’ un mondo

di poeti atei che volano

preferibilmente in aereo.

 

“Poesia”, Casa di Rieducazione

Valentino Zeichen

Amo come l’amore ama

 

Tutte le lettere d’amore sono ridicole.

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.

Le lettere d’amore, se c’e’ l’amore,
devono essere
ridicole.

Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.

La verita’ e’ che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).

Fernando Pessoa

Abbiamo cominciato descrivendo la fine

“Tourner la page” – Gabriel Garcin

Gli inizi sono stimolanti. Hanno l’adrenalina dell’azzardo, del passo nel vuoto.

L’inizio è un capriccio, è lunatico.

Ho tutti i presupposti per sentirmi funambola. Delirio e incertezza. Cammino ad occhi chiusi a braccia tese fuori da me. Un corda e il mondo sotto le punte dei piedi.

Gli inizi prendono quella parte di te che da bambini equivaleva all’entusiasmo con cui si scarta il primo pacco di Natale.

Gli inizi vengono dopo la rottura, è un riaggiustarsi il cuore. Lubrificare gli ingranaggi di un cervello arrugginito, inceppato. Eccome se mi ero inceppata! Una cassetta srotolata dal mangiacassette, sfinita. Avevo chiuso. Chiuso con la musica, chiuso con le parole, con le mie poesie, col mio scrivere. Avevo chiuso tutto dentro un’apatia indiscriminata.

E l’inizio arriva proprio in quel grigiore di giorni sempre uguali. Inizia con l’apertura di questo blog, inizia con la lettura di un libro nuovo, inizia per forza.

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

Gli inizi sono dirompenti, levano il fiato, lasciano i graffi sui seni, il trucco sbavato. Non c’è la benché minima idea del futuro, è un limbo. Io non aspetto seguito a questo libro aperto a metà, non immagino risvolti. Rimarrà un inizio ed è questo che lo lascerà intatto.

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti 
è solo un seguito 
e il libro degli eventi 
è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborska

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Lavarsi via

On air: “Anime Salve” – Fabrizio de Andrè

“La Tinozza” – Edgar Degas

 

È proibito
piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare.
Avere paura dei tuoi ricordi.
E’ proibito non sorridere dei problemi,
non lottare per quello che desideri, e desistere, per paura.
Non cercare di trasformare i tuoi sogni in realtà.
E’ proibito non dimostrare il tuo amore fare pagare agli altri i tuoi malumori.
E’ proibito abbandonare i tuoi amici,
non cercare di comprendere coloro che ti stanno accanto,
e chiamarli solo quando ne hai bisogno.
E’ proibito non essere te stesso davanti alla gente fingere davanti alle persone che non ti interessano, essere gentile solo per farti ricordare,
dimenticare tutti coloro che ti amano.
E’ proibito non fare le cose per te stesso,
avere paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse il tuo ultimo respiro.
E’ proibito sentire la mancanza di qualcuno senza gioire,
dimenticare i suoi occhi e il suo sorriso,
solo perché le vostre strade hanno smesso di incontrarsi.
Dimenticare il passato e farlo scontare al presente.
E’ proibito non cercare di comprendere le persone,
pensare che le loro vite valgono meno della tua,
non credere che ciascuno tiene il proprio cammino nelle proprie mani.
E’ proibito non creare la tua storia,
non trovare neanche un momento per chi ha bisogno di te,
non accettare che ciò che la vita ti dona,
allo stesso modo te lo può togliere.
E’ proibito non cercare la tua felicità,
non vivere la tua vita positivamente,
non pensare che possiamo solo migliorare.
Non sentire che, senza di te,
questo mondo non sarebbe lo stesso.

Pablo Neruda

Il cuore rallenta e la testa cammina

Ci sono coriandoli nella mia testa. Confessioni a voce bassa, bugie trascinate stanche e ormai poco credibili.

Ci sono baci come le molliche di pane rubate dalla tavola di un banchetto. Ci sono occhi freddi e poco lucidi, muti e poco presenti.

Sale un forte vento, sale dalla gola, da un respiro profondo prima di immergersi.

Si dispiega una lettera accartocciata, un biglietto di auguri. Una poesia. E leggere riposa le gambe, alleggerisce le ginocchia. Volendo anche il cuore. La fatica di camminare in direzione ostinata e contraria si fa sentire al terzo bicchiere di vino. La fatica di non avere una strada da scegliere o un paio di sigarette da aspirare e sputare fuori insieme alle preoccupazioni.

Passano i giorni, cristallizzando le tue scelte e anche le mie non-scelte. Passano i giorni su un cuore asettico, senza più fremiti. I giorni hanno cristallizzato anche lui.

Il tempo rende difficile la sopravvivenza dei legami, il ricordo delle promesse.

Non abbiamo rispettato ogni aspettativa. Non ti sei attenuto alla sincerità dei patti.

Non hai passato il turno.

A lungo andare rimarrà solo un libro di letteratura e un pensiero cancellabile.

E non saprò se davvero lo cancellerai.

E adesso aspetterò domani 
per avere nostalgia “

Il tempo delle giostre fuori città

Decisamente troppo breve la distanza.

Decisamente troppo sicure le mani sui fianchi.

Baci scansati ma poco credibili.

Fiato forte. Trattenuto e poi sfuggito tra i capelli.

Collo e nuca trovano riposo.

La testa danza, ti bacia col pensiero

ti percorre con occhi chiusi.

quanto ancora questa lunga notte?

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
né il canto del gallo
né il piano di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

Lunga è la notte,

Peppino Impastato

E’ nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio.. 
Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di Giustizia che lo portò a lottare.. 
Aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell’ambiente da lui poco onorato.. 
Si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un’ideale ti porterà dolore..


marea balenante

Si abbassa il tono di voce man mano che si alza quello del discorso.

Cala la luce sulla fronte, gli occhi inghiottiti da questa notte. Si scava più a fondo, si parla un po’ meno e il silenzio sa di attesa.

Perché di attesa si tratta, non c’è da raccontarsi bugie. Si alza il volto rannicchiato sulle ginocchia, sento abbassarsi lo sguardo.

Non ti vedo ma ti sto guardando.

Cresce da una macchina una musica di festa e sorrido della bassezza di certa gente. Bassezza di intelletto, intendo.

Tirò su le gambe penzoloni dal muretto, tiro giù dalle caviglie l’orlo dei jeans. Blocco un ciuffo biondo sfuggito al morso.

Dietro il volto in tempesta anche al buio vedo la tua immagine esatta.

Le parole che dilagano dalle nostre bocche hanno lasciato perdere il filo di un qualunque discorso.

Abbassi le difese, sollevi gli occhi su di me.

Occhi riflettono occhi.
Il buio non è così oscuro.

Siamo in piedi. In piedi davanti alla tempesta.

La marea cancellerà questi passi felpati.

Qualcosa d’immensa fuga,
che non se ne va, che graffia dentro,
qualcosa che nelle parole scava pozzi tremendi,
qualcosa che, contro tutto s’infrange, contro tutto, 
come i prigionieri contro le celle!

[P.Neruda]

ci si restituisce la carne

Ci si prova

Ci si dimentica
il pettine
sul cranio calvo

ci si tira via
il muro
a vicenda

a vicenda
ci si strofina via
la ruggine

ci si passa
la prima pietra

ci si soffiano
gli occhi
col solito
fazzoletto

ci si strappa via
il morso
l’uno all’altro
tanto per allentare un po’
la corsa alle mandibole

ci si accorge
della necessità
delle necessità
di troppo

ci si abbina

ci si passano
lubrificanti reciproci
ridando futuro
agli ingranaggi surriscaldati

ci si imbarca

ci si tira su
l’ancora
a vicenda

a vicenda
ci si copia
il compito in classe
lo si consegna
uguale

ci si restituisce
la carne
scambiata
per poco
con poco

ci si imbatte

ci si alterna
alla guida
ai posti dietro
al posto del morto

ci si infiamma
senza cerini
senza zippo

ci si chiede
tanto

ci si prova
anche
a
vicenda.

Luciano Ligabue.


gentile attesa

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

Wisława Szymborska

Riesco a vedere il pavimento, ho raccolto gli abiti, le coperte, i fogli di giornale, i libri, le sciarpe.

Riesco di nuovo a far scorrere le dita sulle mattonelle granulose. Sono ancora giallo ocra. Un pessimo colore, sempre odiato. Ma mi rincuora: almeno loro non sono cambiate. Pensa, da quanto tempo non vedevano il soffitto sopra di loro. Esattamente sopra.

Tanto per cominciare parlo di disordine. Anche nel senso più basso del termine, perché no? Non un disordine catastrofico come lo dipinge tua madre, un rimestio di oggetti vari. Un sottosopra. Sottosopra. Uno scambiare il soffitto col pavimento, terra con cielo. Veder sbiadire il confine del mondo all’orizzonte. Sottosopra. Capovolgere, travisare, non comprendere, trasformare. Come Kandiskij che una sera, rientrando nel suo studio, nota un suo quadro, seminascosto in una zona d’ombra. Avvicinatosi per guardarlo meglio, si accorge che la tela era capovolta: quello che lo aveva impressionato non era la scena rappresentata, ma la disposizione dei colori e delle linee e i loro rapporti. Sottosopra. Sconvolto, turbato, alla rovescia. Tendenza umana a deformare la personale visione del mondo fino a lasciare ogni contatto con l’originale. Lento processo di costruzione, di assemblaggio. Ritagli di riflessione, pennellate larghe di compassione, collage di scuse e giustificazioni. Alle prese con una cera malleabile, accondiscendente e molle. Passiva. Insaziabile demiurgo della vita altrui. Nelle notti si accumulano gli scarti sul pavimento, i giorni a seguire si affacciano a origliare il mio arrabattare.

Ho così affogato il mio disordine nell’ordine delle cose. Ho curato le increspature della stoffa, l’inchiostro sbavato delle pagine. Ho tirato un filo, tessuto ragnatele come ancore di salvezza.

Mi sono gentilmente accomodata all’ultima estremità del filo e ho atteso il tuo egoismo.

Ecco la mia verità

Rose calpestava

Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo invano di creatura.
Rose calpestava,
s’abbatteva il pugno
e folle lo sputo
sulla fronte che adorava.
Feroce il suo male
più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita,
ch’io muoia, muoia del suo male.

[Ho bisogno di essere necessaria ad un’altra creatura per vivere.

Ecco la mia verità]

Sibilla Aleramo