Duri a sciogliersi

l'arte di sciogliere i nodi

 

Ho sempre seminato più nodi che tagli, più silenzi che rancori.

Non sono notti facili da quando ho lasciato te, scegliendo me.
Era molto più facile amare un altro piuttosto che me stessa.
Ed il tuo amore, io, lo sento ancora… Era il mio che tardava ad arrivare.
Ho aspettato che sfiorissero i fiori mai regalati, che terminassero i viaggi mai prenotati, che arrivassero treni mai partiti. Ho aspettato il niente, e il niente, alla fine, è arrivato.
Il niente dei miei occhi di fronte ad altri due occhi, più belli, più blu, ma sempre niente sono.
Non ho fatto nessuna di quelle cose inutili che si fanno per riempire un vuoto. “Riempire un vuoto si può”, ma questo vuoto non lo voglio ancora colmare.
Questa volta ho scelto il taglio, ma il nodo è rimasto in gola, forse appena sopra lo stomaco. Fermo lì.
Questa volta tu stai ancora aspettando il nodo e allontani lo sguardo dalle forbici che ho in mano.

Ma il taglio mi ha lasciato il tuo sguardo d’accusa, tremante, violento. La tua voce a pezzi, distrutta, raccolta a fatica dal prato.

Mi piace pensare a chi domani stringerà altri nodi, nodi forti ed eterni.
Mi piace pensare a chi ricucirà dove io ho tagliato e amerà dove io ho vacillato.

Lasciami sola qui, tra queste lame. Le forbici cadono, si divaricano all’infinito.
In fondo il destino di una forbice è unire e separare i suoi estremi.
È il loro scopo.

Che inutile scopo.

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guarda fuori, ma non so cosa vede

Fuori diluvia. Mi sono lasciata. L’ennesima volta. Ma questa volta non riuscivo a respirare. Ho finito il libro. I miei nervi sono a pezzi. Vorrei vomitare l’anima. Vorrei trovare quei per sempre nei mai. Vorrei che riuscisse a capire chi sono. Vorrei salvarlo. Ho detto una grande stronzata. Io non ce la faccio a rinunciare a l’idea di salvarlo. Non adesso. Non ora che aveva salvato me. Qua è a rischio allagamento. Vorrei tanto portasse via tutto questo niente che sento.

Foto di Lilla Conti

– Non rinunciare.

Sarà un ferirti ugualmente: rinunciare o perseverare. I mulini a vento esistono e se con la ragione siamo tutti buoni a negarli, qualcosa dentro più umano della ragione, più viscerale della testa, ci trascina verso battaglie contro i demoni. Demoni che abitano la nostra anima e i nostri ricordi: li riconosciamo nel dolore altrui e li sfidiamo. Una guerriglia, un buttarsi nella mischia fino a non distinguere più i tuoi spettri da quelli altrui.

Non rinunciare.

Sarà un guarirti da te stessa più che un guarirlo dal mondo. È solo guardandoci dentro alle persone che si riconosce la nostra essenza.
Non differisci, poi, così tanto da me. Anche tu ti ammali. Ti ammali di altruismo, ti ammali di persone, di amore.

in risalto sul mondo (Metereopatia)

Sarà che il cielo è pieno di risorse

ma sono secoli che piove su di me

Il sole si è nascosto bene fra le righe

o forse è solamente fuori per un altro caffè

 

E non capisco il meteo da che parte sta

se il colonnello lancia la pubblicità

arriva un altro temporale

e io cambio canale

e arriva un altro giorno grigio

con il suo accordo minore

 

Voglio fare la nuvola

c’è chi non se la sente

di essere determinante

Fammi fare la nuvola

in risalto sul mondo

fare quello che sento

 

Sarà che il cielo è pieno di risorse

ma io mi sento un po’ polemico

paradossale il modo in cui vedo tutto quel blu

sembra che non gli vada bene

se parlo di cose più grandi di me

 

E non capisco il meteo da che parte sta

se il colonnello lancia la pubblicità

arriva un altro temporale

e io cambio canale

e arriva un altro giorno grigio

con il suo accordo minore

 

Voglio fare la nuvola

c’è chi non se la sente

di essere determinante

Fammi fare la nuvola

in risalto sul mondo

fare quello che sento

 

Yeah

 

Voglio fare la nuvola

c’è chi non se la sente

di essere determinante

Fammi fare la nuvola

in risalto sul mondo

fare quello che sento

Yeah

Trasportato dal vento

 

Sarà che il cielo è pieno di risorse

ma sono secoli che piove su di me

Il sole si è nascosto bene fra le righe

o forse è solamente fuori per un altro caffè

 

buonanotte tesoro mio. Amica mia.

Andrebbe benissimo così. Ed è proprio così che vorrei rimanesse. Una nottata messi lì su una panchina sotto un pino come statuine di un meticoloso presepe, appena uno spicchio di cielo con milioni di stelle. Sembrava si fossero affollate li per ascoltarci parlare, curiose.
Me ne sto rannicchiata in un’insolita aria fredda di questo giugno anomalo.

Hanno abbassato la tapparella nel palazzo di fronte, ma mi diverte immaginare la moglie del tizio che ci ascolta dalle sue fessure. Insieme alle stelle.
Le mie mani sempre troppo fredde per la stagione le strofino tra le cosce, stringendomi nelle spalle.

Sto aspettandoti, aspettando la tua voce che racconti ancora le stesse cose, i tuoi occhi che raramente riescono a fissarsi nei miei, il tuo abbraccio.
Ti aspetto con affettuoso distacco, sulla difensiva. Seduta al contrario su questa panchina.
E finalmente non ci sono baci da scansare, non ci sono mani da bloccare, non ci sono discorsi da troncare. Finalmente se lo sento avvicinarsi è solo per un bacio sulla fronte, per sfilarmi la mano e provare inutilmente a scaldarla. Finalmente sento il suo respiro calmo, rilassato tra i capelli. Non riuscirò ancora a penetrare i suoi misteri, il suo universo vacuo ma riesco a sentire questo suo cambiamento.

Forse c’era la luna nuova stanotte dietro quel palazzo. Forse c’era una luna nuova anche nei suoi occhi, li ho visti specchiarsi in qualcosa di chiarissimo nel buio di stanotte. Li ho visti bucare i miei, fissi, pacati, rassegnati.

 
Sulla panchina di legno ammuffita sono rimasta sempre sola, sempre la stessa. Ultima spiaggia di un viaggio senza meta, nelle mie nottate nelle quali i pensieri non accennavano a placarsi. Magari la stessa moglie del tizio mi spiava anche allora, ma solo stasera l’idea mi divertiva.
Se questa era una sfida, sappi che l’ho vinta io.
Se non lo era, beh, mi ero sbagliata: avevo creduto di poter cambiare le persone, di lasciare loro un segno lungo il viso. E in questo caso l’ho fatto. Un segno lungo il viso come una specie di sorriso.

 

Foto di Lilla Conti

Siamo ancora qui, seduti al contrario su questa panchina.
Al contrario, la schiena appoggiata al nulla. Io ho sempre affrontato la vita così, seduta al contrario. Voltata a controllare che nessuno si perdesse lungo il mio cammino, voltata per cercare l’approvazione di tutti, voltata a trattenere chi aveva deciso di rimanere li. Come sedersi su un treno in direzione contraria al senso di marcia.Vedi tutto allontanarsi a gran velocità. Finisci col non fare caso alle occasioni che si avvicinano, immobile a guardarti alle spalle. Ho trovato la mia funzione della tua frase “in direzione ostinata a contraria”. E ora mi accorgo perché io e lui siamo in parte simili. La sua scelta è stata guardare indietro dopo aver sentito l’incombente peso del futuro, per sfuggire al suo buio ingordo. Io a quel futuro non c’ho mai realmente pensato, io a quel futuro non ho dato mai spazio di serpeggiami dentro.

A quel mare io ci penso, ma mi fa paura… un po’.