Una malinconia dal mare

skyline

 

A un anno di distanza ti penso spesso, come una donna innamorata pensa al suo amore perduto. E ogni volta che ti penso ti sento un po’ più mia. E in una piccola, piccolissima parte lo sei stata, nell’orizzonte frastagliato dei tuoi minareti, nelle acqua placide del Bosforo: ogni volta che ne parlo ne vedo i contorni, ne sento il fruscio. Sei stata per me madre permissiva e tenace, amante docile e sfrontato. Sei stata compagna e solitudine, coraggio e rassegnazione, ozio e riflessione. Non mi rammarico dei giorni che ho perduto pensandoti troppo sfacciata, menefreghista e ammaliatrice. Mi rallegro di ciò che mi hai dato, perché in fondo, nulla mi hai tolto, ma solo insegnato. Oggi che giaci in ginocchio e ferita sento di doverti le mie scuse e la mia vicinanza con la gratitudine di un figlio cresciuto che abbraccia sua madre.

Non piangere Istanbul, non piangere più.

 

Istanbul non porta la tristezza come “una malattia temporanea”, oppure “un dolore di cui liberarsi”, ma come una scelta.

Orhan Pamuk, Istanbul

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Chi mi porterà in salvo?

I lock my door upon myself

Fernand Khnopff, “I lock my door upon myself”, 1891

Christina G. Rossetti, “Who shall deliver me?” from Poems, 1876:

WHO SHALL DELIVER ME?

God strengthen me to bear myself;
That heaviest weight of all to bear,
Inalienable weight of care.

All others are outside myself;
I lock my door and bar them out
The turmoil, tedium, gad-about.

I lock my door upon myself,
And bar them out; but who shall wall
Self from myself, most loathed of all?

If I could once lay down myself,
And start self-purged upon the race
That all must run ! Death runs apace.

If I could set aside myself,
And start with lightened heart upon
The road by all men overgone!

God harden me against myself,
This coward with pathetic voice
Who craves for ease and rest and joys

Myself, arch-traitor to mysel ;
My hollowest friend, my deadliest foe,
My clog whatever road I go.

Yet One there is can curb myself,
Can roll the strangling load from me
Break off the yoke and set me free

TRADUZIONE

“Dio mi rafforzi nel sostenere me stessa
quel peso da portare, più pesante di ogni altro
un inalienabile fardello di affanni.

Tutti gli altri sono lontani da me,
chiudo a chiave la porta e li sprango fuori
l’inquietudine, il tedio, l’inedia.

Chiudo a chiave la porta su me stessa,
e li sbarro fuori. ma chi si proteggerà
da me, più odiata tra tutti?

Potessi un giorno abbandonare me stessa
e cominciare a purificarmi nella corsa
che tutti devono correre! La morte viaggia veloce.

Potessi mettermi da parte
e intraprendere con cuore alleggerito
quella strada che tutti gli uomini percorrono.

Dio mi rafforzi contro me stessa
questa codarda con voce patetica
che implora quiete, riposo e felicità.

Me stessa, traditrice di me stessa,
mia falsissima amica, la nemica più mortale,
mio fardello, qualsiasi strada io percorra.

Ma c’è Qualcuno che possa trattenermi,
far rotolare via da me il soffocante peso
distruggere il giogo e liberarmi.”

L’ingresso

Nessuna parata,
La banda tace,
Le campane non hanno suonato.

La sposa è entrata senza fare rumore,
Gli invitati stupiti l’aspettavano sul sagrato coi visi rosa e gli occhi accesi.

La navata silenziosa non la vide.

La sposa è entrata con il vestito tra le mani e i piedi scalzi. Solo lo sposo la riconobbe. 
L’attesa non l’aveva scalfito, il fiore all’occhiello era un bocciolo per la sua amata. E lei arrivò per lasciarsi amare, entrò defilata per rimanere, una colonna di quella navata silenziosa.

Ah, come si aspetta il tempo che non sappiamo riempire e come ci sfugge quello che non vorremmo lasciare!

Nessuna parata,
La banda tace,
Le campane non hanno suonato.

Gli sposi sono andati via senza fare rumore, sussurando una canzone d’amore. 

Lui le aveva aperto una porta, gli occhi, un mondo e lei entrò.
Nessun invitato era previsto, solo un ingresso imprevisto.

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Lovers, Laura Makabresku

Le parole di bocca

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Tenevo i miei occhi fissi nei tuoi, catturati, e nella mia bocca stringevo parole d’amore. 
Ma tu mi hai baciata e quelle parole non pronunciate adesso ti appartengono.
Adesso il mio amore ti appartiene.

Anniversario

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Lei sfioriva nella sua camicetta di seta profumata, mantenendo la golosità infantile di immergere il dito nella panna.
Lui si nascondeva ancora dietro una cravatta blu, troppo elegante e gualcita da manager in pensione.
Si osservavano nell’autunno delle proprie vite, l’una abbandonandosi al vento come foglia secca, l’altro sfidando il tempo e le sue intemperie, senza, ormai, troppa convinzione.

Non c’è più molto da rimediare, di frasi da ripetere, di scuse da recitare o silenzi da colmare. Non rimane molto da guardare, un corpo esile eppure così pesante sotto gli occhi tristi, velati dagli anni e dal troppo aspettare. Non restano storie da ascoltare, se non quelle che ormai, che tu lo voglia o meno, sono cresciute con te, bagaglio della tua memoria, insegnamenti che ora non accetti, e forse mai lo farai.

Il silenzio delle troppe cose dette con arroganza, delle troppe poche con affetto. Il silenzio resta, e resterà.

La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire.

La gonna bianca

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Mi son seduta qui e ho morso una brioche alla crema.
Sembravo in attesa. Anzi, attendevo realmente qualcosa o qualcuno che non avrei saputo riconoscere e la mia attesa sarebbe rimasta inappagata.
Un passeggino attendeva di essere ninnato e il sonno quieto e facile dell’infanzia.
Un figlio attendeva il passo incerto della madre stanca e lei attende il sole, altrettanto incerto, di un agosto opaco, al suo finale.

In una gonna bianca inamidata, sotto la pelle ruvida di questo mattino, rimango composta su questa panchina zoppa, dal legno svogliato e verdastro.

Il nonno ha messo mano alla culla e, dondolando, consegna il suo bambino alle dolcezze del sonno.
Gli occhi bianchi della madre si socchiudono, violati da un raggio caldo e tenue, il figlio si abbandona come un bastone, dimentico della propria funzione.

E tacciono le mie dita, le labbra ormai da tempo. Dopo aver molto detto, dopo aver troppo detto rimangono due altalene mute, incatenate allo stesso ramo, eppure distanti.

“Troppo silenzio abbiam sprecato per paura di tacere, avessimo parlato meno oggi sapremmo cosa dire”

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

Foto di Lilla Conti

 

Ti strapperò la carta da parati dalla schiena.

 

Gèttati qui.

Caspar David Friedrich , Il naufragio della Speranza

Caspar David Friedrich , Il naufragio della Speranza

E l’uomo perse di colpo il timone della vita, la rotta della speranza.

E i ghiacci inghiottirono le vele candide, gli animi fervidi, le carte sudate.

E quel cielo s’affaccia plumbeo e innocuo sul nostro naufragio quotidiano, àncore ritratte e gettate nelle acque docili del porto.

Non chiederti cos’è quello spillo alla foce degli occhi che punge e ricama un dolore leggero alla fine di un giorno di Scirocco e navi in porto. Quasi che la sua àncora sia rimasta aggrappata al tuo cuore di pietra tagliente fino al giorno in cui qualcuno deciderà di salpare, di richiamare l’àncora a sé fino a graffiarti via la salsedine.
In piedi sulla scogliera sono rimasta, come il faro, a guardare le navi sorgere ed eclissarsi, anni salpare e sparire all’orizzonte. Ma la lanterna è in frantumi, nessuna luce saprà riconoscere i marosi della tempesta dalla calma piatta del porto.

Gèttati qui, gèttati qui anche se l’acqua è profonda e poco limpida.

Raccogli le tue forze e i miei frantumi, riconducimi al porto.

Claudio Parmiggiani, Porto

Claudio Parmiggiani, Porto

Non chiederti cos’è quello spillo alla foce degli occhi che punge e ricama un dolore leggero alla fine di un giorno di Scirocco e navi in porto. Quasi che la sua àncora sia rimasta aggrappata al tuo cuore di pietra tagliente fino al giorno in cui qualcuno deciderà di salpare, di richiamare l’ancora a sé fino a graffiarti via la salsedine.
In piedi sulla scogliera sono rimasta, come un faro a guardare le navi partire e tornare, anni salpare e sparire all’orizzonte. Ma la lanterna è in frantumi, nessuna luce saprà riconoscere i marosi della tempesta dalla calma piatta del porto.

un vento odoroso

Rapolano, il giovedì, indossa la sua veste migliore per coprirsi dal vento insistente che ti insidia i bottoni del cappotto. Rapolano alza il bavero, si annoda la sciarpa al collo e scende in strada, perdendosi tra i suoi passanti, nelle sue stesse vie, tra le sue modeste bancarelle.

L’anziano S. collauda la nuova montatura bifocale sulla tastiera del POS tenendo una conferenza semispecialistica sul proprio intervento di  facoemulsificazione per liberarsi di quella dannata cataratta.

Una signora dell’est ispeziona e palpeggia lana merino rossa srotolandomi matasse di “trucchetti” per una sciarpa a treccia infinita.

Gli abbonati ai tavolini instabili del bar alzano i toni e le braccia all’ennesimo bongioco e qualcuno si accosta a osservarli, come nello schermo cinematografico di una commedia all’italiana. Qualcuno come me.

A Rapolano che sia Quaresima o Carnevale c’è un vento caldo, odoroso di frittura e straordinariamente dolce sulle labbra: a Rapolano ci sono le frittelle a ricordarci che il cuore è goloso di calore e zucchero.

Rapolano Terme

Fai bei sogni

Fai-bei-sogni

Il palloncino è volato via.
L’ho rincorso per due brevi, intensissime, calde sere di fine febbraio. A naso in su, come per tendere un filo dal mento all’ombelico.
E ora lo guardo diventare un puntino lontano, rosso.
Mentre me ne sto così, le piante dei piedi ben radicate al suolo e le ciglia, gli occhi, i pensieri rivolti in alto, il filo teso, rileggo la dedica in prima pagina.

In fondo la mia vita è la storia dei tentativi che ho fatto di tenere i piedi a terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo.

Le stesse parole sono sfiorite sotto le loro dita, lei graffiando ogni pagina quasi una lotta contro il tempo; lui che del tempo non aveva paura, oppure la mascherava abilmente nel carnevale di tutti i giorni, specchiava se stesso in ogni goccia d’inchiostro.

Ed era così che vivevano, due frasi speculari in rilievo nel fondo pagina dello stesso libro.
La paura di sprecarsi, lui, e quella di stringere le dita dell’altro, lei.

Dormiente

Constantin Brâncuși

Constantin Brâncuși

Notte coi sogni sotto il cuscino. Soffocati.

Ché per dormire bene, ché per sognare bene servono occhi attenti,
un bacio tra i tuoi denti,
la promessa che non menti.

occhi pieni, occhi vuoti

Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani

Se non fossero così pochi i gradi ghiacciati sui parabrezza,
una sambuca con ghiaccio uscirei ad offrirtela.

Se non farneticassero queste luci natalizie,
un film da vedere al buio lo noleggerei.

Se non avessi avuto quel pranzo che era quasi un po’ cena,
un piatto caldo di lavastoviglie te lo cucinerei.

Se non fosse per la gatta che dorme sul cuscino,
un divano giallo e comodo per parlare stanotte ce lo avrei.

Se non fosse domenica, se non fosse quasi il Natale dei panettoni e delle persone sullo stomaco, se non fosse questa presunta santità incartata di rosso e oro, se non fosse per la mia pigra solitudine,

allora, forse, ti amerei.

nella città puoi passare attraverso le pareti

nella città puoi parlare ai vetri

 nella città puoi far finta di essere senza cuore

nella città ti mostrano i denti con grandi sorrisi

tu mi avvisi

quando si può uscire”